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La mafia a Messina nella Relazione di maggioranza della Commissione Parlamentare Antimafia PDF Stampa E-mail
Lunedì 27 Ottobre 2008 10:50

Riportiamo di seguito l'ultima relazione della Commissione Nazionale Antimafia ( governo di centrodestra) sulla mafia in provincia di Messina trattasi di un  Atto Parlamentare Pubblico.

Per facilitarne la lettura evidenziamo in blu le parti  che riguardano Barcellona ed il suo hinterland e la Procura di Barcellona

 

SENATO DELLA REPUBBLICA CAMERA DEI DEPUTATI

X I V L E G I S L A T U R A

Doc. XXIII n. 16

COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SUL FENOMENO DELLA CRIMINALITA' ORGANIZZATA MAFIOSA O SIMILARE

(istituita con legge 19 ottobre 2001, n. 386)

(composta dai senatori: Centaro, Presidente, Dalla Chiesa, Segretario; Ayala, Battaglia Giovanni, Bobbio, Boscetto, Brutti Massimo, Bucciero, Calvi, Cirami, Crinò, Curto, Ferrara, Florino, Gentile, Manzione, Marini, Maritati, Novi, Peruzzotti, Ruvolo, Thaler Ausserhofer, Veraldi, Vizzini, Zancan; e dai deputati: Ceremigna, Napoli Angela, Vice Presidenti; Parolo, Segretario; Bertolini, Bova, Burtone, Cicala, Cristaldi, Diana, Drago, Fallica, Gambale, Grillo, Lazzari, Leoni, Lisi, Lumia, Minniti, Misuraca, Palma, Russo Spena, Santulli, Sinisi, Taglialatela, Taormina)

Relazione conclusiva

approvata dalla Commissione nella seduta del 18 gennaio 2006

(Relatore: senatore CENTARO)

Comunicata alle Presidenze il

ai sensi dell’articolo 1 della legge 19 ottobre 2001, n. 386

Relazione sulle risultanze dell’indagine concernente l’attività di repressione della criminalità organizzata nella provincia di Messina

Una delegazione della Commissione ha incontrato ed ascoltato sullo stato della criminalità organizzata in quella provincia e sull’efficienza dell’attività di contrasto a quella da parte delle forze di polizia:

  • il 6 giugno 2005, il prefetto della provincia di Messina dott. Stefano Scammacca, ed i responsabili provinciali delle forze di polizia, il questore dott. Santi Giuffrè ed il dirigente della Squadra Mobile dott. Paolo Sirna, il comandante provinciale dei carabinieri col. Ortolani ed il comandante del reparto territoriale ten. col. Chiaravalloti, il comandante provinciale della guardia di finanza col. Mauro Lolli ed il comandante del nucleo provinciale di polizia tributaria ten. col. Gianni Cesari, il capo centro D.I.A. di Catania dott. Filippo De Francesco ed il capo sezione D.I.A. di Messina ten. col. Gaetano Scillia;

  • il 7 giugno 2005, i rappresentanti provinciali delle organizzazioni sindacali Franco Spanò (segr. gen. C.G.I.L.), Maurizio Bernava (segr. gen. C.I.S.L.) e Maurizio Ballistreri (segr. gen. U.I.L.); il dott. Luigi Croce, procuratore distrettuale della Repubblica di Messina, il dott. Rocco Sisci, procuratore della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto, il dott. Ettore Costanzo, procuratore della Repubblica di Mistretta, il dott. Roberto Saieva, procuratore della Repubblica di Patti, il dott. Salvatore Scalia, procuratore aggiunto della Repubblica di Messina, i dottori Giusto Sciacchitano e Carmelo Petralia, sostituti procuratori presso la Direzione Nazionale Antimafia, i dottori Rosa Raffa, Ezio Arcadi, Emanuele Crescenti, Giuseppe Verzera, tutti sostituti procuratori della Repubblica di Messina componenti la direzione distrettuale antimafia;

  • infine, l’8 giugno 2005, venivano ascoltati dalla delegazione il dott. Giovanni Marletta, procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Reggio Calabria ed il dott. Francesco Neri, sostituto procuratore generale di Reggio Calabria, il presidente della Provincia di Messina dott. Salvatore Leonardi ed il commissario straordinario del Comune di Messina dott. Bruno Sbordone.

 

Gli esiti degli accertamenti compiuti devono essere considerati in uno con le considerazioni già svolte dalla Commissione istituita nel corso della passata legislatura (la XIII): infatti, in quell’occasione la Commissione dovette più volte occuparsi delle vicende che riguardavano in particolare la città di Messina, a seguito dell’omicidio in puro stile mafioso del prof. Matteo Bottari (docente presso il policlinico universitario messinese), vicenda che aveva permesso di mettere a nudo un’inquietante serie di collegamenti tra mondo imprenditoriale, ambiente universitario, magistrati e criminalità organizzata.

Gli esiti di quegli accertamenti sono compendiati nella relazione presentata nel corso della XIII legislatura ed a quelli si rinvia nel dettaglio, servendo tale rinvio a significare l’attenzione con la quale la Commissione ha ritenuto di seguire le vicende cittadine e di analizzare l’evoluzione del fenomeno mafioso (e del contrasto a quel fenomeno da parte delle pubbliche autorità preposte) nella provincia messinese.

In seguito a quell’attività d’inchiesta ed al clamore anche mediatico che aveva destato a livello nazionale il c.d. “caso Messina”, vi è traccia certa di un risveglio sociale della città e delle sue strutture istituzionali, organizzative e repressive.
La vicenda passata aveva permesso di verificare un inquietante intreccio d’affari ma anche parentale tra imprese private, vertici della magistratura e della prima stazione appaltante della città (oltre che, di fatto, la più importante impresa nel desolato panorama imprenditoriale messinese), ossia l’Università degli studi.

Erano state poi verificate rilevanti anomalie nella gestione del contrasto alle attività illecite (tanto di tipo mafioso, quanto di tipo politico-affaristico: la c.d. “Mani pulite messinese”, che aveva coinvolto, come in altre parti d’Italia, uomini d’affari, imprenditori privati e rappresentanti degli enti pubblici e delle forze politiche).

Come è noto, dall’epoca di quei fatti è derivata una completa rinnovazione dei vertici della magistratura del capoluogo (in particolar modo inquirente) e dell'Università; sono state intensificate con notevoli risultati le attività di prevenzione e di repressione da parte delle forze di polizia, come emerge dagli atti informativi assunti dalla Commissione (si vedano in particolare sul punto le relazioni versate in atti dal prefetto e dal procuratore distrettuale della Repubblica, nelle quali si dà atto di un numero rilevantissimo di operazioni di magistratura e polizia contro associazioni ed organizzazioni criminali mafiose).

È apparso ad ogni modo necessario verificare, anche direttamente, se gli anomali intrecci personali e di potere emersi nel corso della precedente attività d’inchiesta (ed in relazione ai quali si era potuta verificare una non sufficiente risposta delle istituzioni pubbliche alla diffusione del potere mafioso nel territorio della provincia) si fossero infine e risolutivamente sciolti e quale fosse lo stato delle conoscenze del fenomeno mafioso messinese da parte dei soggetti preposti al suo contrasto e quali gli strumenti e le procedure attivate a tal fine.

Il quadro che emerge è quello di una criminalità organizzata dalle molte facce, tutte oggetto di precisa e specifica attenzione investigativa tanto da parte delle forze di polizia quanto dalla direzione distrettuale antimafia di Messina. Peraltro, il vario e poliedrico atteggiarsi delle forme di criminalità organizzata sul territorio sembra rendere assai ardua l’analisi del fenomeno (e di conseguenza il suo contrasto), dovendosi adattare le verifiche ed i riscontri a strutture e fenomeni mai coincidenti.

1. Considerazioni generali

La valutazione complessiva del fenomeno mafioso nella provincia di Messina non può prescindere dal riferimento alle vicende sociali e politiche che hanno caratterizzato e continuano a caratterizzare il territorio e che hanno dato luogo ad una situazione del tutto peculiare rispetto alle altre realtà siciliane di tradizionale criminalità mafiosa.

Questo aspetto è stato chiarito con accenni analoghi tanto dalle autorità giudiziarie quanto dal responsabile per la sicurezza pubblica nella provincia, il prefetto Scammacca.

Emergono infatti alcuni peculiari dati sociali, economici e geopolitici che caratterizzano la provincia messinese in relazione al fenomeno della criminalità organizzata di tipo mafioso: la presenza di realtà e strutture economico-sociali (alle quali tradizionalmente si adatta la criminalità organizzata, con attività mimetica di insinuazione ed assorbimento) particolarmente fragili, con un evidente degrado urbano, una mancanza di qualificati punti di aggregazione, un’assenza di adeguati servizi sociali ed una conseguente insufficiente risposta ai bisogni della popolazione, un elevato indice di disoccupazione e un mercato del lavoro rigido ed in costante contrazione; la particolare posizione geografica e la singolare configurazione del territorio della provincia (punto di passaggio obbligato tra continente e Sicilia), condizioni che hanno determinato una naturale predisposizione dell’area della provincia a divenire luogo di transito ovvero di diretto arrivo di trasporti illeciti (si pensi soltanto al rilevantissimo numero di sequestri di sostanze stupefacenti compiuti presso gli attracchi dei mezzi di traghettamento sullo stretto di Messina, come riferito in sede di audizione dal comandante provinciale della Guardia di finanza, col. Lolli) nonché sede di reimpiego di capitali illeciti provenienti dalla criminalità mafiosa palermitana e catanese, che possono trovare (e hanno trovato) in Messina e nella sua provincia sede ideale per la realizzazione di tali profitti illeciti.

Il primo di questi due dati di valutazione – ossia la particolare situazione sociale della provincia - è stato oggetto di puntuale analisi nel corso dell’audizione del procuratore distrettuale della Repubblica di Messina, che ha fatto riferimento a “una realtà economica e sociale caratterizzata da strutture fragili sotto l’aspetto sociologico”.

Utili considerazioni su tale stato sono state compiute davanti alla Commissione dal presidente della Provincia dott. Leonardi, secondo il quale “Messina vive una fase economica difficilissima di stanca. Messina, dal dopo terremoto, è stata sostanzialmente una società assistita: grosse presenze dello Stato, insediamenti militari, Marisicilia, Ospedale militare, una cantieristica apprezzata anche a livello internazionale, le Ferrovie con il servizio di navigazione, eccetera. Tutte queste presenze, però, in questi ultimi decenni, hanno finito, alcune per essere dismesse – l’Ospedale militare, il distretto, il Comando di Marisicilia trasferito ad Augusta – altre per essere fortemente compresse (…) La provincia di Messina oggi conta un 22 per cento di disoccupazione, che diventa 40-50 per cento se ci riferiamo al settore giovanile. Messina, quindi, è una città che ha una sua intrinseca debolezza e vulnerabilità, non c’è dubbio, soprattutto sul piano della struttura economica”.

Peraltro, la particolare situazione socio-politica ha formato oggetto di diversi interventi, tutti sottoposti all’attenzione della Commissione: dalla relazione del prefetto sullo stato della criminalità organizzata nella provincia consegnata a questa Commissione, alle dichiarazioni rese davanti alla delegazione della Commissione stessa il 7 giugno 2005 dai rappresentanti delle principali organizzazioni sindacali.

Le affermazioni di costoro rappresentano certamente un concreto campanello d’allarme perché descrivono un quadro di illegalità diffusa nella gestione del lavoro, nell’ambito del quale è costante e “naturale” l’inserimento delle organizzazioni mafiose; esse agiscono, secondo costante esperienza, come datore di lavoro alternativo a quelli ufficiali, tanto attraverso il procacciamento di assunzioni presso imprenditori sottoposti ad estorsione (laddove l’utilità dell’estorsione diventa direttamente l’assunzione del lavoratore collegato alla cosca mafiosa), quanto attraverso l’imposizione all’interno di imprese “mafiose” – ossia oggetto di controllo e gestione diretti da parte delle associazioni criminali mafiose – nonché di particolari modalità di svolgimento del rapporto e di pagamento della prestazione lavorativa (senza il rispetto di norme contrattuali, con previsione di orari superiori ai limiti ordinari, con decurtazione delle retribuzioni, …), che possono essere imposte in un quadro generale di illegalità in cui il rapporto con imprenditori non mafiosi assume comunque carattere di irregolarità mentre il rapporto con l’imprenditoria mafiosa permette almeno la garanzia della stabilità temporale dell’impiego.

In particolare, appare opportuno ricordare quanto riferito dai segretari locali della C.G.I.L., della C.I.S.L. e della U.I.L.. Costoro hanno sottolineato il tema della legalità e del rispetto delle regole; si è affermato che “in questa realtà territoriale c’è una drammatica diffusione del lavoro nero (…) parallelo a processi di espansione di una economia per un verso illegale e per un altro verso sommersa (…) c’è una economia che è anche illegale perché proviene da settori della criminalità organizzata” (affermazioni del segretario U.I.L. Ballistreri).

Peraltro, i rappresentanti delle associazioni sindacali hanno rimarcato con forza tanto l’assoluto grado negativo di crescita dell’economia cittadina ed il crollo reiterato e permanente degli indicatori di benessere (anche facendo riferimento alla graduatoria stilata dal “Sole-24 Ore”, che per il secondo anno consecutivo ha collocato la città all’ultimo posto nella classifica della qualità della vita nei capoluoghi di provincia), quanto la mancanza di programmazione e prospettive di sviluppo economico, essendo l’unica attività produttiva ancora sviluppata quella dell’imprenditoria edile.

La materia descritta risulta, peraltro, di stretta rilevanza per i compiti e gli interessi conoscitivi della Commissione, considerato quanto sarà meglio infra specificato in ordine ad interessi diretti ed indiretti delle cosche mafiose sulla gestione dell’edilizia privata, che appare governata attraverso una sorta di “deregulation dell’urbanistica a Messina” che comporta una “espansione urbanistica incontrollata” (sono sempre affermazioni di Ballistreri), con ampio coinvolgimento di interessi illeciti mafiosi.

Di particolare interesse nella valutazione ed analisi delle vicende criminali della provincia le informazioni rese alla Commissione dal segretario provinciale della C.G.I.L. Spanò, il quale, nel riferire le valutazioni delle organizzazioni antiracket della provincia – che segnalano un aumento delle estorsioni ed un calo delle denunce – fa esplicito riferimento al fenomeno dell’estorsione sulla busta paga ed al connesso esercizio di un controllo sul mercato del lavoro attraverso l’imposizione di salari effettivi enormemente inferiori rispetto a quelli formali espressi dai documenti retributivi.

Questi fattori caratterizzanti la realtà territoriale messinese hanno determinato un corrispondente atteggiamento del fenomeno criminale sul territorio della provincia, che si diversifica in almeno due macro-forme di organizzazione delinquenziale.

Da un lato, infatti, e come emerge chiaramente dai riferimenti compiuti nel corso delle audizioni, anche l’analisi più aggiornata rende conto dell’esistenza di una realtà criminale più evidente e più agevolmente riconoscibile, costituita da gruppi delinquenziali strutturati su una forte base territoriale che, seppur privi della secolare tradizione ed esperienza delle organizzazione mafiose storiche e principali (quelle della Sicilia centro-occidentale), si dimostra ormai adeguatamente ancorata al territorio, strutturalmente organizzata, efficientemente sanguinaria e si pone come obiettivo principale l’accumulazione con metodi illeciti di potere e di ricchezza (tale fenomeno si riscontra in una precisa forma nel capoluogo, laddove si registra la presenza di associazioni mafiose dotate ormai di autonomia strutturale ed organizzativa rispetto all’associazione Cosa Nostra ovvero alla ‘Ndrangheta calabrese; in forma diversa nelle organizzazioni della provincia, ed in particolare a Barcellona e Mistretta, dove risultano legami assai saldi con le associazioni maggiori).

D’altro canto, le già riferite peculiarità geografiche e territoriali del territorio della provincia “hanno comportato che l’ divenisse non solo ideale cerniera fra le zone di tradizionale operatività delle potenti organizzazioni mafiose dei territori limitrofi (Cosa Nostra e ‘Ndrangheta) ma anche il luogo in cui hanno nel tempo trovato comoda collocazione e fertile terreno per le loro iniziative illegali alcuni personaggi legati a Cosa Nostra”, per usare le parole utilizzate dal procuratore della Repubblica di Messina nel corpo della relazione trasmessa alla Commissione.

La penetrazione della criminalità organizzata tradizionale delle famiglie mafiose di Cosa Nostra e delle ‘ndrine calabresi sul territorio della provincia di Messina si è realizzata secondo diversi fronti di intervento, espansione e collaborazione con la cosche territoriali: sulla fascia tirrenica si è accertata la presenza di Cosa Nostra attraverso i collegamenti della famiglia catanese con i clan di Barcellona P.G. e di famiglie palermitane con la famiglia di Mistretta; la ‘Ndrangheta calabrese ha avuto costanti e dirette penetrazioni nel sistema degli appalti e del traffico degli stupefacenti sul capoluogo, anche se il suo ruolo appare essersi modificato nel corso degli ultimi anni in termini di collaborazione ai clan territoriali autoctoni della città; la fascia jonica della provincia, un tempo considerata sostanzialmente immune da aggressioni ed infiltrazioni mafiose, appare invece essere diventata gradualmente terra di conquista e di espansione per bande ed organizzazioni mafiose catanesi.

Queste due manifestazioni di esercizio dell’associazionismo criminale mafioso, profondamente diverse, non devono essere considerate rigidamente separate fra loro ma appaiono - dai risultati degli accertamenti riferiti nel corso delle audizioni - elasticamente interattive, determinando l’esistenza di un “sistema criminale messinese” dalle particolari e precipue caratteristiche rispetto ai sistemi mafiosi tradizionali.

La gamma delle attività illecite compiute dalle associazioni mafiose sul territorio è stata ampiamente ricostruita nel corso delle audizioni e attraverso i dati forniti preliminarmente ovvero durante le stesse.

Appare da tali dati chiaro come siano pratica corrente – secondo schemi criminali usuali – le attività estorsive, usurarie e di traffico di stupefacente (quest’ultima in particolare appare assolutamente preminente nel capoluogo, con canali privilegiati di approvvigionamento attraverso la ‘Ndrangheta calabrese), ma tali attività non possono di certo esaurire il ventaglio delle intraprese illecite delle associazioni mafiose, se solo si pensi al quadro economico sopra descritto, con un sistema di attività imprenditoriali asfittico che si svolge in una zona depressa, e con insediamenti produttivi di scarsa dimensione e rilevanza.

Emerge allora, e viene ricostruito nel corso delle audizioni compiute, la particolarità del sistema di economia mafiosa messinese, ossia il continuo condizionamento delle scelte economiche di rilievo pubblico: la mafia a Messina interferisce in modo determinante negli appalti e si pone come obiettivo di incidere sulla dinamica di spesa delle più importanti stazioni appaltanti dalla provincia, tra le quali assumono risalto l’Università degli studi e il Consorzio Autostrade (con una certa approssimazione, prevalenza degli interessi della ‘Ndrangheta nel settore universitario e di Cosa Nostra negli appalti delle altre opere pubbliche, particolarmente rilevanti proprio nella zona di influenza diretta, ossia la zona tirrenica della provincia).

Rilevanti operazioni giudiziarie hanno permesso di verificare, e se ne fornirà appresso specifico conto, la diffusività del fenomeno, con picchi di intromissione mafiosa e convergenza di interessi politici nella c.d. vicenda di MessinAmbiente: è stato, infatti, accertato e riferito dalle autorità giudiziarie e di polizia che l’intero sistema di gestione dei rifiuti nel capoluogo era soggetto a pesantissimi condizionamenti mafiosi, e che la stessa società che di fatto gestiva l’appalto – in spregio alle regole convenzionali fissate per l’espletamento del servizio – era soggetta a profondi condizionamenti da parte di associazioni mafiose locali.

Accanto a tale fenomeno, e come contraltare peculiare messinese, emerge una costante ingerenza ed interferenza mafiosa negli “appalti privati”, con particolare riferimento alla gestione del territorio e dell’edilizia urbana. Emerge chiaramente la gestione diretta da parte di imprenditori direttamente e strettamente legati a consorterie mafiose delle attività costruttive di Messina, con una duplice finalità: una, diretta, di arricchimento con i proventi dell’attività (a costi controllati grazie al potere mafioso delle imprese coinvolte); l’altra, indiretta, di realizzazione di forme di riciclaggio, attraverso l’utilizzazione e la “ripulitura” nelle strutture imprenditoriali di enormi somme di denaro provento di altre illecite attività, e che vengono investite nelle lucrose imprese di costruzione.

Quest’ultimo aspetto forma oggetto, peraltro, anche della parte più controversa delle audizioni ed acquisizioni della Commissione a Messina, atteso che vicende di riciclaggio da parte di imprenditori del settore edile sono parziale materia di indagini compiute dalla Procura Generale della Repubblica di Reggio Calabria (quale pubblico ministero avocante) ai sensi dell’art. 11 c.p.p., trattandosi di fatti nei quali sono coinvolti anche alti magistrati messinesi (un presidente di sezione del tribunale civile ed un sostituto procuratore della D.D.A.).

In tale vicenda, ancora nella fase delle indagini preliminari ed in relazione alla quale possono essere formulate evidentemente solo considerazioni vincolate dallo stato degli atti, appare riemergere un sistema di contatti tra imprenditoria, mafia e istituzioni pubbliche (appartenenti alla magistratura ed alle forze di polizia) che non può che essere definito come torbido ed inquietante, sebbene gli accertamenti compiuti dall’A.G. reggina e riferiti in sede di audizione (documentati anche attraverso la produzione della ponderosissima ordinanza di custodia cautelare relativa a diversi degli indagati nonché di altra documentazione) abbiano come riferimento temporale anni fino al 2001, ossia periodi di non strettissima attualità.

In sede di considerazioni generali sul fenomeno mafioso a Messina e nella provincia (considerazioni che avranno sintetico approfondimento nei capitoli seguenti della relazione, ove il fenomeno ed i suoi riflessi saranno affrontati organicamente e per argomenti omogenei), non è possibile omettere il riferimento alla particolare contingenza politico-amministrativa vissuta dalla città capoluogo fino ad oggi e nel corso degli ultimi anni.

È noto infatti che la città di Messina è retta da circa due anni da un commissario di Governo nominato a causa della decadenza del sindaco, Giuseppe Buzzanca, dichiarata dalla Corte di Appello di Messina a seguito di una condanna dell’amministratore per il reato di peculato (emessa dal tribunale di Messina e confermata in appello, con riqualificazione del fatto in peculato d’uso; e in questi termini infine confermata in Cassazione).

La vicenda si è poi trascinata nel corso del tempo per la pendenza di ricorsi davanti alla Corte di Cassazione avverso la decisione di decadenza e per la proposizione di plurime questioni di legittimità costituzionale della normativa in materia (peraltro modificata in pendenza dei ricorsi con decretazione governativa urgente, poi convertita in legge dalle Camere).

Nel corso di questo lungo iter giudiziario la città capoluogo è rimasta completamente priva di una guida amministrativa e politica che potesse orientare e realizzare le scelte sociali di cui una città come Messina ha evidente bisogno, attesa la presenza di un quadro socio-economico di iposviluppo, come sopra accennato.

Il segretario provinciale della U.I.L. Ballistreri, nel corso della sua audizione il 7 giugno 2005, ha addirittura parlato di “sospensione della democrazia”, riferendosi alla contemporanea mancanza di un sindaco ed al commissariamento di diversi enti pubblici.

È chiaro, poi, che tale assenza di guida ha certamente inciso sulle politiche di spesa dell’ente comunale, atteso che appare del tutto palese come la compresenza di diversi organi parzialmente competenti ed orientanti le decisioni in materia (il consiglio comunale, il commissario governativo, il direttore generale del comune), tutti peraltro privi della necessaria completa rappresentatività popolare, abbia determinato una totale disorganicità nella gestione della cosa pubblica, nella quale può facilmente intravedersi la possibilità di subdola insinuazione della mafia e dei suoi illeciti e personalistici interessi.

In questo quadro suscita preoccupazione l’insieme degli elementi rappresentati nel corpo di un esposto (trasmesso alla Commissione dal sig. Antonio Ragusa, segretario provinciale messinese del movimento politico “Forza Nuova”), relativo a profili di condizionamento del consiglio comunale di Messina da parte della criminalità organizzata, con contestuale richiesta di accesso ispettivo ai sensi dell’art. 59 T.U.E.L.

In detto esposto vengono sintetizzate una serie di vicende, che si riferiscono anche a procedimenti giudiziari già noti e pubblici, quale quello – a cui si è accennato e del quale si dirà più ampiamente nel riportare sinteticamente le dichiarazioni del dott. Croce sul punto – relativo alla vicenda della società MessinAmbiente e quello dell’arresto del commissario straordinario dell’Ente Fiera di Messina, Urania Papatheu, per reati di peculato e falso: tale vicenda vede coinvolti anche alti funzionari delle amministrazioni centrali ed è stata riferita sinteticamente dal procuratore Croce, che si è espresso in termini di “concezione della gestione del denaro pubblica piuttosto sui generis” e ha informato la Commissione della circostanza che il nuovo commissario straordinario dell’Ente Fiera di Messina, Bartolotta, è stato nominato dagli organi regionali nonostante egli appaia imputato davanti al Tribunale di Messina per il reato di peculato (per fatti relativi al periodo in cui costui rivestiva la carica di sindaco di S. Teresa Riva, in provincia di Messina).

L’esposto fa poi riferimento ad episodi di dissennata gestione del contenzioso del Comune, con affidamento di incarichi ben remunerati a professionisti privati (tra i quali spicca l’avv. Andrea Lo Castro, avvocato di personale fiducia dell’ex presidente della Provincia ed ex sindaco di Messina, Buzzanca, peraltro condannato in primo grado dal Tribunale di Messina per tentata truffa ai danni dello stesso Comune), nonché delle alterne vicende dell’affidamento della gestione dei parcheggi a pagamento in città. Sul punto, l’esposto descrive la vicenda non solo segnalando ripetute irregolarità o anomalie ma anche descrivendo alcuni particolari che appaiono utili da ricordare: alla gara bandita dopo che il servizio era stato di fatto gestito da cooperative, senza gara d’appalto, partecipò un unico concorrente, ossia un consorzio costituito da una decina di cooperative (tra queste, tre avevano già gestito il servizio in precedenza e di fatto), alcune delle quali facenti riferimento a consiglieri comunali di varia posizione politica; il consorzio, escluso dalla gara a seguito di decisione della commissione che aveva ritenuto il mancato rispetto del capitolato in ordine alla regolarizzazione del personale in servizio, decise di proporre ricorso affidandosi proprio all’avv. Andrea Lo Castro, sostituito da altro legale all’atto della nomina di quegli come coordinatore del collegio di difesa del Comune di Messina; la decisione del commissario governativo Sbordone di attribuire definitivamente la gestione del servizio all’Azienda Trasporti Municipali di Messina è stata infine osteggiata aspramente, in un quadro di aperta ostilità del Consiglio comunale nei confronti dell’amministratore temporaneo dell’ente.

Sulla vicenda della gestione del servizio di parcheggio a pagamento ha riferito anche il procuratore distrettuale della Repubblica che, nel corso dell’audizione del 7 giugno 2005, ha informato la Commissione degli accertamenti compiuti sulla vicenda nei seguenti termini: “Per la questione dei parcheggi abbiamo discusso a lungo (nota: con i rappresentanti sindacali) e insieme abbiamo avuto incontri con il prefetto. Ho perorato la causa perché considero importantissima la questione dei parcheggi. In breve, la situazione è la seguente. I parcheggiatori esistenti a Messina erano collegati a cooperative a capo delle quali vi era una serie di consiglieri comunali. Queste cooperative, in realtà, erano serbatoi di voti che, al momento opportuno, servivano per sostenere i candidati che i vari capi cooperativa andavano proponendo e che contavano in modo non indifferente sotto il profilo elettorale. Il tentativo dei sindacalisti e, per la verità, anche del commissario straordinario (che è sempre stato concorde) è stato quello di interrompere il circuito delle cooperative ed assumere queste persone per impiegarle in una struttura, che poi è stata individuata nell’azienda trasporti di Messina. Combattiamo con questo problema da circa due anni (…) Certamente molta gente è rimasta fuori e ciò sta creando problemi ai sindacalisti i quali hanno ricevuto minacce consistenti da parte di qualcuno che pretende di avere il posto a prescindere da tutto. Questo è il problema!”.

Sulle anomalie nella gestione dell’attività amministrativa – ed in particolare dell’attività del consiglio comunale – ha avuto parole dure anche la rappresentanza sindacale sentita dalla Commissione. Il segretario provinciale della C.G.I.L. Spanò ha testualmente affermato: “penso sia necessario approfondire il ruolo che ha avuto nell’ultima fase il consiglio comunale, l’attività amministrativa del comune di Messina rispetto alle modalità con cui si sono svolti i meccanismi delle gare d’appalto. Ricordo solo che una situazione emblematica del degrado della nostra città è quella dell’appalto per la realizzazione degli svincoli. La vicenda dell’espletamento di questa gara d’appalto è stata riportata da tutti gli organi di stampa, perché sono scomparse le buste con le offerte e poi si è dovuta rifare la gara, ricostruendola sulla base degli atti”.

In particolare, poi, lo stesso Spanò ha confermato esattamente quanto riferito dal procuratore Croce in materia di parcheggi, riferendo dell’esistenza di un fenomeno di vero e proprio taglieggiamento dei lavoratori impiegati nelle cooperative addette ai servizi da parte di soggetti che, una volta emarginati da iniziative di denuncia, hanno da un lato esercitato pressioni e minacce sui rappresentanti sindacali e dall’altro si sono riciclati in strutture pubbliche: “Mi riferisco alla vicenda della gestione dei parcheggi a pagamento, che è emblematica della situazione esistente a Messina di condizionamento e di sfruttamento dei lavoratori, molti dei quali per anni hanno subito vessazioni inimmaginabili. In quell’occasione, abbiamo avuto modo di rappresentare che c’erano alcuni soggetti che erano figli di una logica politico-clientelare (secondo cui erano suddivise le varie aree politiche nella cosiddetta prima Repubblica), i quali tendevano a gestire come se fosse privato un servizio che invece aveva le caratteristiche pubbliche. (…) Finite le aree politiche, queste aziende sono rimaste soltanto come forme per drenare risorse; abbiamo il sospetto che in tale ambito si annidassero anche forme di malaffare e di organizzazioni non proprio pulite. (…) Siamo stati oggetto di minacce e anche di iniziative pseudogiudiziarie, con richieste di risarcimento di danni miliardari. Questo ci ha consentito di rappresentare la situazione agli inquirenti. Registriamo tuttavia che, nonostante siamo riusciti a chiudere una vicenda antipaticissima con la collaborazione delle istituzioni, questi soggetti continuano ad avere rapporti con la pubblica amministrazione: ora non svolgono più attività per il comune e per l’azienda dei trasporti, ma prestano servizi per le varie ASL e per l’ATO rifiuti, mentre in una situazione normale dovrebbero essere radiati da tutte le forme di attività imprenditoriale. (…) Quello che ci ha inquietato di più è il fatto che questi soggetti o i loro referenti siedono in consiglio comunale e svolgono anche attività di pressing nei confronti del consiglio stesso, per mettere in discussione le scelte già fatte (…)”.

Sulla vicenda della gestione dei parcheggi pubblici a Messina è intervenuto, con toni analoghi rispetto a quelli degli auditi già ricordati, anche il commissario straordinario dott. Sbordone, il quale ha dichiarato alla Commissione di aver trovato al suo arrivo a Messina una situazione anomala, consistente nell’affidamento a cooperative private del servizio di riscossione dei pagamenti dei parcheggi in regime di proroga sine die, nonostante che le stesse cooperative fossero gravemente morose nei pagamenti all’amministrazione comunale (avendo maturato un debito quantificato dal dott. Sbordone in circa tre milioni e mezzo di euro).

Egli ha poi riferito di aver trovato in consiglio comunale “diverse resistenze” per l’esistenza di “possibili interferenze” con interessi particolari di alcuni presidenti di cooperativa, che rivestivano contemporaneamente il ruolo di consiglieri comunali.

Tuttavia, egli ha affermato di non avere notizia di pressioni di altro tipo per indirizzare le scelte consiliari e ha difeso particolarmente lo strumento della gestione commissariale, a suo avviso maggiormente impermeabile (rispetto agli organi ad elezione politica) alle infiltrazioni delle organizzazioni malavitose, per la fonte dei poteri e per la diretta dipendenza dal ministero dell’interno.

Ovviamente, anche se la Commissione ha il dovere istituzionale di acquisire dati complessivi di valutazione del fenomeno oggetto di inchiesta (e tra questi dati rientrano certamente le notizie relative alla gestione amministrativa e politica del territorio), non è dato neanche a questa Commissione di discutere del diritto di ciascuno di agire giudizialmente e di ciascun’altro di resistere nel giudizio, per la tutela di interessi personali o pubblici; e ciò è quello che è avvenuto nelle vicende amministrative del Comune di Messina e delle azioni legali connesse.

Tuttavia, deve prendersi oggettivamente atto della completa vacanza di guida politica del tredicesimo comune d’Italia (per popolazione) per un periodo così rilevante di tempo e degli effetti negativi conseguenti.

In termini di contrasto all’attività della criminalità organizzata mafiosa, deve darsi atto della efficacia dell’azione coordinata dalla D.D.A. messinese e compiuta dalle forze dell’ordine territoriali, pur in presenza delle denunciate situazioni di insufficienza di organico e di mezzi materiali.

Il lungo elenco di operazioni antimafia portate a termine nel corso degli ultimi anni ed il reciproco riconoscimento delle forze di polizia e della magistratura messinese, compiuto dai responsabili degli uffici tanto nelle relazioni trasmesse alla Commissione quanto nel corso delle audizioni compiute a Messina, danno un’idea sufficientemente concreta della capacità di opposizione al fenomeno mafioso.

Peraltro, nel corso dell’audizione, il procuratore distrettuale ha mostrato di aver chiaro il quadro della dislocazione territoriale mafiosa sulla provincia e di conoscere sufficientemente le dinamiche operative dei clan, grazie ad una serie di importanti indagini che hanno messo a nudo le strutture, le attività e le alleanze dei gruppi mafiosi (il riferimento è alle cc.dd. operazioni Albachiara, Smalto/MessinAmbiente e Arcipelago per ciò che attiene alle associazioni mafiose messinesi; alle operazioni Icaro e Omega per le associazioni della zona tirrenica della provincia e per le infiltrazioni negli appalti; all’operazione Wolf per l’espansione delle famiglie mafiose catanesi nel territorio della provincia jonica di Messina; tutte indagini delle quali dà conto il procuratore tanto nell’audizione del 7 giugno 2005 quanto nella relazione sull’analisi e l’andamento del fenomeno mafioso nel territorio messinese).
Il riferimento è:

  • al tentato omicidio del pregiudicato Vincenzo Scandurra (coinvolto in varie indagini antimafia) avvenuto il 12 settembre del 2004;

  • all’omicidio del pregiudicato Stefano Marchese avvenuto il 18 gennaio 2005, all'interno di un’area di servizio di distribuzione di carburante;

  • all’omicidio di Francesco La Boccetta (soggetto inserito nel clan capeggiato dal boss Spartà Giacomo - capomafia di Santa Lucia sopra Contesse - e imputato di aver gestito un’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti nell’ambito della c.d. operazione Albachiara), avvenuto il 13 marzo 2005 sulla bretella autostradale dello svincolo di San Filippo, ossia in zona del tutto prossima al territorio di pertinenza del gruppo mafioso al quale la vittima era associata;

  • all’omicidio di Sergio Micalizzi ed al tentato omicidio di Angelo Saraceno (entrambi pregiudicati) avvenuti il 29 aprile 2005 a colpi d’arma da fuoco ad opera di ignoti a bordo di un ciclomotore. Per tale fatto il prefetto ha informato la Commissione che il 18 maggio successivo è stato sottoposto a fermo (a Milano, ove si nascondeva) Antonino Cucinotta, genero di Francesco La Boccetta, ritenuto autore dei fatti (certamente legati a titolo di ritorsione all’omicidio del La Boccetta);

  • all’omicidio di Roberto Idotta (nipote di Marcello Idotta, deceduto, già collaboratore di Giustizia per un breve lasso di tempo, fino alla ritrattazione delle sue dichiarazioni) ed al tentato omicidio di Gabriele Fratacci, avvenuti lo stesso 29 aprile 2005 nel villaggio Santa Lucia sopra Contesse (in realtà l’Idotta decedeva il 30 aprile successivo per le gravi ferite riportate), con una contestualità temporale rispetto al precedente che fa pensare ad un collegamento diretto dei fatti.


Appare particolarmente utile verificare che la piena consapevolezza delle dinamiche mafiose sul territorio – fatto assolutamente necessario per organizzare una efficace attività di contrasto del fenomeno – ha permesso alle autorità ascoltate nel corso delle audizioni del giugno 2005 di dare una concreta spiegazione anche di recentissimi fatti di sangue, avvenuti nel solo capoluogo tra la fine del 2004 ed il primo semestre del 2005, ed evidentemente caratterizzati come agguati mafiosi.

Desta obiettivo sconcerto il verificarsi di tanti fatti di sangue in un periodo così limitato di tempo; in alcuni casi con una concatenazione temporale così evidente da non necessitare di altre spiegazioni. Tale sconcerto appare amplificato dalla circostanza che nella città da tempo non si era verificato un così alto numero di agguati di mafia in così breve periodo e che dalle acquisizioni investigative riferite dai rappresentanti cittadini dell’ordine e della giustizia si sarebbe dedotta – contrariamente a quanto potrebbero far dedurre i fatti - l’esistenza di una sorta di “pax mafiosa” decretata per motivi di convenienza economica (per poter cioè permettere alle cosche la realizzazione dei loro piani di espansione in armonia ed accordo, con profitto di tutti).
Eppure, tanto il prefetto quanto il questore, quanto infine il procuratore distrettuale hanno rassegnato alla Commissione la conclusione di ritenere tutti questi episodi maturati a causa di contrasti insorti nel controllo del mercato dello spaccio di sostanze stupefacenti, ovvero per il mancato rispetto delle necessità dei parenti ed affiliati dei boss in carcere. Gli omicidi compiuti, pertanto, sarebbero uno strumento che i boss avrebbero utilizzato per chiarire l’ultrattività del loro potere (non scalfito dalla detenzione, anche in regime di carcere duro ex art. 41-bis o. p.) e per sottolineare la vigenza complessiva degli accordi tra i clan.
Se, da un lato, la convergenza delle conclusioni dei responsabili dell’ordine e i primi esiti delle indagini (come sopra ricordato, è stato segnalato che per l’omicidio Micalizzi ed il tentato omicidio Saraceno è stato compiuto un fermo, seguito da ordinanza custodiale in carcere) appaiono confermare tale orientamento esegetico dei fatti, occorrerà in concreto verificare quali saranno i futuri esiti delle indagini; in particolar modo avendo riguardo alla piena identificazione degli autori dei fatti ed alla loro cattura.


Desta invece qualche fondata perplessità, di forma e di sostanza, l’atteggiamento mantenuto davanti alla Commissione dai procuratori della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto e Mistretta i quali appaiono di fatto misconoscere, ovvero monitorare in maniera francamente insufficiente e formalistica, il fenomeno mafioso nel territorio di loro competenza.

Il riferimento vuole essere in primo luogo a quanto dichiarato dal procuratore di Mistretta, che ha affermato di non conoscere ovvero non considerare realistica l’esistenza di un associazione mafiosa nel suo territorio, nonostante i chiari riferimenti del prefetto e del procuratore distrettuale in ordine all’esistenza a Mistretta di una famiglia di Cosa Nostra legata alla famiglia di San Mauro Castelverde e retta dal boss Sebastiano Rampulla, fratello di quel Pietro che appare tra gli autori materiali della strage di Capaci (secondo acquisizioni investigative univoche).
Queste le testuali affermazioni del magistrato, che merita riportare per stralcio: “(…) spesso mi chiedo il significato dell’esistenza della procura della Repubblica di Mistretta, non perché non valga la pena che esista, quanto perché, così come è strutturata, onestamente può garantire un minimo di controlli di legalità a costi veramente elevati, ma soprattutto a costi di inefficienza, perché per quelle poche cose che si riescono a fare – non se ne riescono a fare tante altre che sarebbe opportuno fare (…) veniamo al discorso della famiglia mafiosa, di cui parlava il collega Croce, di Mistretta. Onestamente, la famiglia mafiosa di Mistretta, se leviamo Sebastiano e Pietro Rampulla della strage di Capaci, mi sono chiesto e ho chiesto chi sono gli altri appartenenti alla famiglia, perché la famiglia deve avere una certa organizzazione, una certa strutturazione anche numerica di affiliati, ma non lo sappiamo (…)”. Ed ancora, rispondendo a domanda del Presidente sull’applicazione di misure di prevenzione patrimoniale, il procuratore Costanzo ha dichiarato: “L’unica misura patrimoniale adottata, visto che la famiglia di Mistretta è composta da una sola persona…”, suscitando la reazione della Commissione e la necessità di far ulteriormente chiarire il quadro della criminalità territoriale al procuratore distrettuale ed al magistrato D.D.A. delegato per il territorio dei Nebrodi.
Appare completamente sottovalutata l’insistenza in loco di personaggi che operano secondo sistemi operativi mafiosi; e ciò è tanto più importante se si pensa che, nella prassi, molte utili informazioni sulle strutture mafiose e sugli organigrammi dei clan derivano da indagini relativi a reati-fine dell’associazione (usura, estorsione, reati contro la p.a. e la libertà degli incanti, per fare solo qualche esempio), non necessariamente sottoposti all’attenzione della D.D.A. se non ritenuti, fin dall’inizio, aggravati ai sensi dell’art. 7 della legge 203/91.
Tale consapevolezza ha peraltro portato, come ribadito nel corso delle audizioni, la procura distrettuale e le procure ordinarie del distretto ad applicare protocolli di lavoro relativi a scambio di informazioni, come sollecitato dalla Direzione nazionale antimafia.


Criticabile anche l’approccio alla materia da parte del procuratore della Repubblica di Barcellona, che ha mostrato di valutare il fenomeno in maniera particolarmente formalistica e nel complesso non esattamente adeguata allo stato di diffusione e pervasione delle organizzazioni mafiose nel territorio di sua competenza (per come ricostruito dai dati forniti dal procuratore distrettuale e dai rappresentanti delle forze dell’ordine): si pensi, ad esempio, alla considerazione ed alla valutazione, di carattere meramente statistico, dei fatti di sangue avvenuti a Barcellona, che ha originato la necessità di richiedere al procuratore Sisci una relazione esplicativa integrativa.
Ora, se è chiaro che l’intelligenza e la comprensione investigativa diretta del fenomeno mafioso è attribuita, per regola procedurale ed organizzativa, alla procura distrettuale e non alle singole procure ordinarie circoscrizionali, appare evidente per le argomentazioni sopra esposte che le procure sul territorio debbano tutte attenzionare ogni articolazione pratica e viva delle organizzazioni mafiose, perché il fenomeno abbia comprensione e valutazione unitari; se ciò non avviene, non può costruirsi un serio impianto di contrasto al fenomeno.

2. La presenza della mafia sul territorio

Come accennato in sede di considerazioni generali, le acquisizioni informative della Commissione hanno permesso di accertare diversi atteggiamenti del fenomeno mafioso sul territorio della provincia.
A tal fine, appare possibile ed opportuno fare riferimento alla divisione ideale del territorio in tre parti, nei termini in cui ne hanno parlato tanto il procuratore Croce quanto il prefetto Scammacca: il capoluogo; la zona provinciale tirrenica; la zona provinciale ionica.
L’atteggiarsi del fenomeno mafioso nelle diverse zone ha avuto varia e diversa ricostruzione e merita trattazione separata.
Peraltro, non può nascondersi come la mafia e le sue articolazioni organizzative nella provincia di Messina abbiano sempre lavorato, nel tempo, sottotraccia e con particolari capacità di mimetismo, tanto da far meritare alla provincia l’appellativo di “babba” (ossia “stupida”, in dialetto), a significare l’insipienza e la mancanza di scaltrezza dei messinesi incapaci di controllare e sfruttare con metodo mafioso il territorio, le istituzioni e le loro ricchezze, a differenza dei vicini palermitani e catanesi che tale scaltrezza mafiosa avevano manifestato.
Già gli esiti delle attività di indagine ed inchiesta della Commissione istituita nel corso della XIII legislatura avevano disilluso quanti avevano – ingenuamente o meno – ritenuto che tale appellativo disegnasse il quadro reale della situazione.
Ugualmente deve dirsi per ciò che attiene agli esiti degli accertamenti di questa Commissione, alla quale è risultato un quadro di completa e precisa ripartizione del territorio tra le diverse associazioni mafiose presenti nella provincia, con contatti ormai saldi con le organizzazioni tradizionali ma anche con inquietanti e nuovi aspetti di autonomia delle cosche locali, che possono far presagire anche futuri tentativi di amplificare (con i soliti metodi della mafia, ossia la violenza, la minaccia e l’infiltrazione nelle istituzioni) il loro raggio di influenza e di potere.
È certo, tuttavia, come gli organismi istituzionalmente dedicati all’analisi del fenomeno mafioso abbiano spesso dedicato ben poca attenzione alle singolarità dell’esperienza messinese, fors’anche per questa propensione delle organizzazioni provinciali a mantenere un basso profilo ed una limitata esposizione pubblica.
A titolo meramente esemplificativo, si pensi alla Relazione 2005 del Ministro dell’interno sullo stato della sicurezza in Italia ovvero alla Relazione al Parlamento della D.I.A. sull’attività svolta nel primo semestre del 2004, documenti che di fatto non recano alcun cenno all’atteggiarsi del fenomeno mafioso nella provincia di Messina (la relazione della D.I.A. riporta solo gli esiti della c.d. operazione Smalto, relativa alla vicenda già accennata della società MessinAmbiente).
Pertanto, la ricostruzione del fenomeno avviene grazie alla considerazione critica dei dati forniti dalle istituzioni locali o in sede di audizione ovvero con specifiche relazioni d’analisi.

3. La mafia a Messina

La criminalità mafiosa nel messinese ha per tradizione (peraltro non molto risalente nel tempo) svolto una funzione di cerniera fra le consorterie mafiose calabresi e quelle palermitane e catanesi.

La relazione e le argomentazioni svolte in sede di audizione del procuratore distrettuale di Messina hanno fornito un quadro aggiornato delle strutture organizzative mafiose del capoluogo, quadro che tiene conto della ristrutturazione operatasi nelle associazioni locali a seguito della disgregazione delle preesistenti strutture criminali dovuta alle iniziative giudiziarie dell'ultimo decennio. L’effetto delle collaborazioni con la giustizia (che appaiono in ripresa nel corso degli ultimi tempi, come emerge dalle dichiarazioni del procuratore di Messina), degli arresti e delle condanne aveva infatti dapprima determinato, nella malavita locale, una situazione di costante evoluzione, caratterizzata dalla ricerca di nuovi equilibri, nel tentativo dei vari gruppi di ricompattarsi in nuove strutture, organizzate dagli esponenti di maggiore spessore criminale non ancora colpiti dalla giustizia.

Si è assistito, allora, al raggruppamento e compattamento di pochi gruppi criminali su base territoriale, che hanno saputo conquistare spazi di concreta autonomia sul territorio cittadino, riducendo contemporaneamente gli spazi di manovra dei gruppi esterni al tessuto cittadino.
La criminalità organizzata del capoluogo, pur adottando in concreto un metodo d’azione mafioso, non appare possedere allo stato delle conoscenze rapporti di stretto collegamento con associazioni mafiose tradizionali siciliane come Cosa Nostra, come invece emerge nella provincia.
Permangono tradizionali rapporti di collaborazione e cointeressenza con associazioni ‘ndranghetiste, che rappresentano in particolare il migliore canale di approvvigionamento di sostanze stupefacenti, business irrinunciabile per le associazioni messinesi.
Dalle informazioni fornite dalla procura distrettuale emerge un rilevante numero di contatti tra mafia messinese e ‘Ndrangheta calabrese in materia di traffico di sostanze stupefacenti: il riferimento è agli esiti di diverse operazioni compiute dalla D.D.A. e riferite negli allegati alle relazioni (op. Biancaleo; op. Epizefiri, op. Albachiara; op. Alcatraz; op. Segugio, tra le altre), dalle quali emerge un costante contatto con ‘ndrine di Rosarno, S. Luca, Locri ovvero con altri clan calabresi.
La mafia a Messina si articola in gruppi autonomi, che mantengono un forte legame con il territorio sul quale sono nati, si sono formati e sono cresciuti: si tratta prevalentemente dei quartieri popolari più periferici, di più recente (ed incontrollato) sviluppo e più intensamente popolati, privi in gran parte delle infrastrutture necessarie ad assicurare livelli dignitosi di convivenza civile.
Il fenomeno descritto dalle autorità cittadine ascoltate dalla Commissione disegna un quadro già visto in ogni realtà del meridione d’Italia, ove maggiore è l’influenza del fenomeno mafioso, che si sviluppa più facilmente negli strati sociali più emarginati, poveri e degradati, nei quali il miraggio del facile ed illecito arricchimento rappresenta molto spesso la molla più facile da far scattare per l’arruolamento della manovalanza mafiosa.
Le acquisizioni informative che i rappresentanti del comitato per l’ordine e la sicurezza ed il procuratore distrettuale di Messina hanno recato alla Commissione fanno registrare una nuova strategia delle associazioni mafiose cittadine, volta a realizzare un programma di rapida espansione sul territorio attraverso la conclusione di un patto non più di "non belligeranza" (come originariamente stabilito dai vari gruppi criminali cittadini a seguito della guerra di mafia degli anni ’80-inizio ’90, e delle maxi-operazioni degli anni ’90, per mantenere in vita una minima capacità operativa) ma di vera e propria “coesione trasversale” – così la definisce nella sua relazione il procuratore distrettuale - tra i diversi gruppi criminali, che prevede una sorta di reciproco sostegno e forme di collaborazione, nel cui ambito, pur salvaguardando le rispettive competenze territoriali, vengono strette relazioni non solo finalizzate alla spartizione dei proventi illeciti ma anche allo scambio di manovalanza o all’acquisto di sostanza stupefacente, generando cointeressenze nelle quali ciascun gruppo contribuisce secondo le proprie capacità criminali.
L’elemento di novità dunque, rispetto al recente passato (dagli anni ’80 fino alla metà degli anni ’90) è il tentativo delle varie organizzazioni mafiose operanti nel capoluogo di non entrare in conflitto per il controllo del territorio e per lo svolgimento delle proprie attività illecite e, conseguentemente, di evitare quei contrasti che avevano dato luogo – nel periodo temporale sopra accennato – all’indiscriminato ricorso alle armi, sfociando in cruenti fatti di sangue o vere e proprie guerre di mafia.
Il dato di “disturbo” di questa ricostruzione sta proprio nei recenti gravissimi fatti di sangue ai quali si è fatto cenno (oggetto di una immediata ricostruzione, espressa sinteticamente nei termini prima ricordati) e che hanno fornito un segnale del riaffiorare di contrasti tra i principali gruppi mafiosi che si dividono il controllo del territorio.
In questa nuova fase evolutiva si è avuto modo, come già detto, di assistere ad una maggiore concentrazione delle attività criminali in poche associazioni mafiose, essendo venuta meno la parcellizzazione dei gruppi riscontrata in passato.
In particolare, appaiono attualmente operanti nel territorio del capoluogo almeno sei associazioni mafiose, tutte strutturate gerarchicamente e con un forte legame territoriale realizzato sulla base della penetrazione nei singoli quartieri o “villaggi” della città.
Dai dati forniti alla Commissione dalle autorità ascoltate emerge la seguente strutturazione:

  • clan Giostra, con base territoriale ed operativa nell’omonimo quartiere cittadino, nella zona nord della città. Storicamente capeggiato dal boss Luigi Galli, oggi detenuto al regime di cui all’art. 41-bis o. p. Durante la sua detenzione, il comando del gruppo è stato assunto dal cognato Giuseppe “Puccio” Gatto, anch’egli ora detenuto, ed in regime di carcere duro ex 41-bis o. p. Nel medesimo territorio ed in collegamento/conflitto con il principale clan Galli opera anche un gruppo facente capo a Giuseppe Minardi, coinvolto in diversi fatti di sangue avvenuti nel corso degli ultimi anni e formato da giovani leve sanguinarie e desiderose di emergere nella gerarchia mafiosa;

  • clan Ventura, operante nel centro della città ed in particolare nel villaggio Camaro; il gruppo è retto da Carmelo Ventura, attualmente detenuto, che vanta rapporti di particolare affinità con gli altri gruppi mafiosi cittadini;

  • clan Vadalà, operante nell'area centro-sud della città, con base principale nel rione Minissale. Fondato e gestito dai fratelli Vadalà;

  • clan Mangialupi, operante nell'omonimo quartiere ubicato nella zona sud della città. La principale, quasi esclusiva, attività svolta dagli associati è quella del traffico di sostanza stupefacente, potendosi considerare il clan un vero motore di tale traffico illecito a Messina (come acclarato dagli esiti della citata operazione Alcatraz, il gruppo mantiene rapporti consolidati con fornitori calabresi);

  • clan Spartà, operante nel villaggio S. Lucia sopra Contesse, nella zona sud della città. Retto dal boss Giacomo Spartà, detenuto in regime di cui all’art. 41-bis o. p., svolge attività criminali di vario genere, spaziando dal traffico di sostanze stupefacenti all’estorsione, alla gestione di corse clandestine, ai reati in materia di armi;

  • clan Pellegrino, operante nel villaggio Santa Margherita (zona sud della città), organizzato e diretto dagli omonimi fratelli.

Come ha ricordato il procuratore distrettuale nel corso della sua audizione, il quadro attuale deriva da un fenomeno di progressivo compattamento delle strutture criminali organizzate, dopo che “negli anni scorsi la città era ripartita in gruppi criminali molto più numerosi, che si combattevano e si scontravano tra loro ed erano caratterizzati anche da una continua trasmigrazione dei soggetti da una banda ad un’altra”. Tale fenomeno di aggregazione è stato motivato dalle enormi difficoltà a cui si è esposto il precedente sistema, colpito in particolare dal fenomeno delle collaborazioni con la Giustizia (certamente più facili da verificarsi in strutture poco rigide e senza forme di controllo gerarchico organizzato, in grado di preservare non solo l’integrità interna della struttura ma anche la sua permeabilità ad influenze esterne).
Come testimoniato dal rilevante numero di operazioni antimafia compiute nel corso degli ultimi anni e delle quali hanno riferito i responsabili dell’apparato di prevenzione e repressione, le organizzazioni cittadine appaiono interessate alle attività criminali tradizionali: traffico di sostanze stupefacenti ed estorsioni, in primo luogo, ma anche inserimento in attività economiche di rilievo pubblico o gestione di corse e scommesse clandestine.
Interessanti anche gli esiti dell’operazione Anaconda, eseguita nelle settimane immediatamente successive alla visita della Commissione a Messina, che ha permesso di disvelare un rinnovato interesse della criminalità organizzata messinese nei confronti dell’usura (in particolare, le indagini hanno permesso di accertare l’esistenza di un’associazione mafiosa di recente origine, capeggiata da un pregiudicato già appartenente ad altra associazione e ritenuto un killer della mafia messinese, già condannato per omicidio, che aveva tra le sue principali attività proprio quella usuraria ai danni di imprenditori), già esercitata in via sistematica nel recente passato, particolarmente da associati al clan Sparacio (capeggiato dal boss Luigi Sparacio, detenuto e già collaboratore di Giustizia, direttamente interessato all’usura in compartecipazione con la suocera Vincenza Settineri e per questo oggetto di specifiche iniziative giudiziarie, penali e di prevenzione, delle quali si è dato conto in sede di audizione): peraltro, in sede di audizione vi è stato chi ha definito l’usura “uno sport cittadino” (vedasi audizione del sostituto procuratore D.D.A. Arcadi), praticato dalle fasce sociali più larghe e più varie e che vede coinvolta anche la criminalità organizzata tanto autoctona quanto calabrese, ma apparentemente solo in via episodica e non professionale o continuativa. Insubiecta materia, si sottolinea la conclusione amara del procuratore distrettuale antimafia, che nella sua relazione presentata alla Commissione afferma che “a fronte del dilagante fenomeno criminale, il numero delle denunce presentate sia del tutto irrisorio”, con la conseguente sostanziale inattendibilità dei dati statistici di diffusione dell’usura.
In tema di tradizionali attività illecite svolte dalle cosche messinesi, il traffico di sostanze stupefacenti appare connotare la maggior parte dei clan cittadini, fino ad essere quasi completamente assorbente le attività di uno di questi (come sopra accennato, pressocchè interamente dedicato a tale attività risulta essere il clan Mangialupi, che mantiene forti legami con fornitori calabresi e che permette un costante rifornimento dell’intero mercato cittadino, essendo dato investigativo ormai accertato che anche clan diversi si riforniscono da quello in momenti di stagnazione dei flussi di sostanza stupefacente sul mercato).
Peraltro, la particolare posizione geografica di Messina, punto di passaggio tra il continente e la Sicilia, rende la città un fondamentale snodo del traffico di droga da e per l’isola, permettendo alle associazioni cittadine di mantenere sempre proficui canali di contatto con trafficanti esterni.
È certo, tuttavia, che, se il canale calabrese rappresenta per Messina quello tradizionale di rifornimento della droga, non è di certo l’unico, atteso che dati processuali fanno emergere contatti – risalenti nel tempo – con organizzazioni del nord Italia e altresì contatti – molto più di recente accertati – con organizzazioni di maghrebini con base in Campania ed agganci internazionali (Olanda, Africa, Est Europa: questo dato emerge dagli esiti dell’operazione Albachiara, ove è emerso un solido legame tra il clan Spartà ed un’organizzazione di maghrebini capeggiata da tale Nasraoui Faouzi ben Zine stanziata nel casertano).
In materia di estorsioni, dato di valutazione costante offerto dalle audizioni compiute è quello della diffusione capillare nei confronti di ogni attività commerciale ed imprenditoriale messinese, come può trarsi dalle attività di accertamento ed investigazione compiute nel corso degli ultimi anni, che permettono di verificare come ogni operazione antimafia abbia alla base almeno alcuni episodi estorsivi.
La richiesta di pagamento del “pizzo” deve ritenersi del tutto generalizzata, anche sulla base della valutazione di una circostanza enfatizzata dal procuratore distrettuale (e ripresa anche, in relazione all’analisi del proprio territorio, dal procuratore di Barcellona) ossia quella dei frequenti incendi o dei danneggiamenti, anche con l’uso di esplosivo, di esercizi commerciali, di autovetture, di strumenti di lavoro.
Peraltro ciò fa ritenere che i dati statistici in materia (come già detto riguardo l’usura) siano assolutamente ingannevoli perché, nonostante un aumento formale delle denunce provenienti dalle persone offese - il prefetto ha riportato i seguenti dati: 77 nell’anno 2002, 90 nell’anno 2003, 111 nell’anno 2004 - il dato deve ritenersi inattendibile per difetto a fronte del reale atteggiarsi del fenomeno. In particolare, il dott. Croce ha riferito di ritenere che il rapporto tra le denunce e le estorsioni effettive sia un “rapporto di 1 a 100, perché le denunce sono pochissime: la gente non denuncia assolutamente o denuncia molto poco, e chi denuncia crea problemi di protezione o di diniego di verbalizzazione (…) Purtroppo, quindi la percentuale è bassissima e abbiamo motivo di ritenere, invece, che l’estorsione sia a livelli altissimi: lo vediamo attraverso la serie di incendi e di danneggiamenti (…)”.
Il dato di principale rilievo emerso nel corso delle audizioni compiute dalla Commissione risiede in quello che il procuratore distrettuale di Messina ha definito un “patto di non belligeranza” ovvero una “pax mafiosa” tra le cosche principali (clan Galli, clan Ventura, clan Spartà), che ha permesso un sostanziale accordo tra i gruppi nella gestione delle principali attività estorsive e nell’infiltrazione in sistemi economici pubblici, con soddisfacimento delle pretese economiche di tutti.
Queste conclusioni, che sembrano far emergere la costituzione di una sorta di piccola “cupola” cittadina, almeno per alcune attività illecite, sembra avere già riscontri giudiziari diretti, essendo emersa nell’ambito delle indagini relative alle cc.dd. operazioni Albachiara, Smalto e Arcipelago.
Le acquisizioni investigative realizzate in quelle sedi hanno permesso di verificare l’esistenza di accordi precisi dei capicosca per la diretta partecipazione congiunta e per la spartizione dei proventi illeciti di estorsioni particolarmente rilevanti nonché per la gestione concordata di interventi in appalti di servizi pubblici.
Tra questi ultimi rilevano particolarmente: l’interessamento della criminalità organizzata nell’appalto delle pulizie del policlinico universitario di Messina, attualmente appaltato alla società “Oscar Bril” di Catania (vedasi audizione del procuratore Croce), società che in passato si era già aggiudicata il medesimo appalto e che era già stata oggetto di interessamento da parte della cosca Spartà come risulta dagli atti della citata op. Albachiara; il coinvolgimento delle principali cosche cittadine nella società MessinAmbiente, al centro delle indagini della c.d. op. Smalto.
Su questa ultima vicenda è stato ampio l’approfondimento della Commissione nel corso dell’audizione messinese del 7 giugno 2005: particolarmente inquietante il quadro di rapporti tra mafia, politica ed imprenditoria privata emergente dalle indagini, che hanno in sintesi permesso di verificare che per lo smaltimento dei rifiuti in città era stata costituita una società mista tra privati e Comune, la MessinAmbiente appunto, controllata al 51% dal Comune ma di fatto diretta dal socio privato, la società Altecoen di Enna, che gestiva autonomamente ed arbitrariamente tutta l’attività della società. L’attività aveva assunto nel tempo insostenibili costi di gestione, grazie anche ad improvvisate “emergenze rifiuti”, create ad hoc per sostenere formalmente le richieste di ulteriori esborsi dall’ente comunale; peraltro, da atti di indagine riferiti dal procuratore Croce e dal sostituto procuratore della D.D.A. di Messina Arcadi (intercettazioni e dichiarazioni di collaboratori di Giustizia) è emersa sin dalla sua costituzione la compresenza di interessi mafiosi in MessinAmbiente, che ha sempre avuto tra i suoi dipendenti (almeno dal punto di vista formale) un cospicuo numero di affiliati alle cosche mafiose messinesi; costoro realizzavano così i loro diretti interessi, assicurando nel contempo alla società gli strumenti per un tranquillo esercizio delle sue attività ed una particolare “forza di persuasione” nei confronti degli organi comunali con i quali era necessario rimanere in corrispondenza.
Sul punto, deve riportarsi quanto dichiarato dal dott. Croce, anche a riprova della assoluta comunanza di interessi tra amministratori della società e boss mafiosi interessati, tale da far ritenere la società MessinAmbiente una vera e proprio “impresa mafiosa”: “Quanto alle risultanze del processo MessinAmbiente (…) ad un certo punto il sindaco Leonardi, infastidito dalle lagnanze che in città correvano circa il disservizio nella nettezza urbana, cioè la città sporca, perché attraverso intercettazioni telefoniche avevamo captato che gli amministratori incitavano i dipendenti a lasciare l’immondizia nelle strade in maniera tale da creare il problema rifiuti per poi raccoglierli dietro pagamento di cifre esorbitanti, a un certo punto il sindaco Leonardi decise che voleva risolvere il contratto. Questo creò scompiglio nell’ambito dell’amministrazione di MessinAmbiente, ci furono interventi politici di cui parlava Arcadi, cioè si sollecitò Astone perché intervenisse per cercare di calmare Leonardi, ma nello stesso tempo alcuni appartenenti all’amministrazione MessinAmbiente, preoccupati che il Consiglio comunale potesse prendere effettivamente qualche decisione che potesse turbare l’equilibrio della società, decisero di mandare i rappresentanti dei lavoratori di MessinAmbiente, che erano personaggi collegati a queste famiglie varie di cui parlavo stamattina, perché presenziassero al Consiglio comunale in cui si dibatteva la questione, perché con la loro presenza potessero fare pressione sui consiglieri comunali ed indurli a eventuali non approvazioni di deliberati, ordini del giorno o quant’altro potesse determinare questa risoluzione del contratto. In realtà credo – se non ricordo male - che poi la questione non si pose neanche, perché Leonardi fu subito ammorbidito dall’intervento dell’onorevole Astone e quindi il discorso non fu neanche affrontato in consiglio comunale. Ma l’organizzazione della società era tale per cui si è stabilito di mandare i dipendenti a fare questa operazione”. Sullo stesso inquietante episodio ha riferito anche il dott. Arcadi, in questi termini: “Aggiungo al ricordo del procuratore che nella stessa occasione proprio l’amministratore delegato e questi caporioni, queste persone della società facevano riferimento ad un altro episodio che si era verificato nel passato, probabilmente nel momento in cui era stata costituita la società mista, o comunque quando era stato scelto il partner privato, e dicevano sostanzialmente che dovevano fare come la volta precedente, quando una certa persona si era espressa in un determinato modo, loro si erano fatti vedere, gli “avevano fatto la faccia brutta” e quello era diventato bianco. C’è quindi il riferimento ad un episodio del passato, come per dire che era una tecnica già collaudata”.
L’indagine mostra da un lato l’intromissione delle associazioni mafiose, tanto nel momento costitutivo della società quanto in quello esecutivo (peraltro con comunanza di intenti e cooperazione tra vari clan cittadini, che si spartiscono l’affare), dall’altro l’assoluta convergenza di interessi tra mafia ed imprenditore privato che, lungi dall’essere vittima dell’associazione criminale, ne diventa socio d’affari per ricavarne indubbi vantaggi in termini di protezione e di intimidazione nei confronti di eventuali avversari imprenditoriali e politici.
Medesime le valutazioni del prefetto Scammacca, responsabile del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza, che ha sintetizzato la vicenda in questi termini: “L’operazione Smalto ha messo in evidenza che, nell’ambito dell’attività svolta da questa società a partecipazione privata e pubblica, in realtà il privato beneficiava della presenza del soggetto pubblico, cioè del Comune, che gli dava legittimazione per quello che riguardava le strutture e gli consentiva di ottenere pagamenti immediati. Nello stesso tempo, il fatto che il soggetto privato fosse condizionato dalla criminalità organizzata per la presenza di soggetti rappresentativi delle cosche che gravitano sul messinese, ha causato un danno grave all’amministrazione, sia dal punto di vista della qualità dei risultati delle attività poste in essere, sia perché sono stati realizzati atti di intimidazione”.
Sulla vicenda, la Commissione ha avuto modo di interloquire direttamente con uno dei soggetti politici coinvolti direttamente (come ricordato dal procuratore distrettuale nel corso delle dichiarazioni sopra riportate), ossia l’attuale presidente della Provincia Leonardi, all’epoca dei fatti sindaco di Messina. Egli ha riferito alla Commissione di aver ripetutamente minacciato la risoluzione del contratto con il socio privato e di aver subito ripetute pressioni per recedere dalla sua iniziativa; così si è espresso Leonardi: “ho combattuto una guerra continua e costante per cinque anni con MessinAmbiente. Più di una volta ho minacciato la risoluzione, ben sapendo che sarebbe stata una decisione difficile da portare a compimento trattandosi di una società mista della quale il comune è socio di maggioranza, con tutto quello che ciò avrebbe potuto determinare sul funzionamento di un servizio delicatissimo come quello della gestione del servizio igiene. Ciononostante l’ho minacciato più volte quando non vedevo la città pulita o notavo disfunzioni. Quella volta l’ho fatto in maniera più dura perché era un momento particolarmente difficile. La mia minaccia ha avuto un maggiore effetto sul piano del convincimento. Non ho difficoltà a dire che le aziende hanno cercato di trovare varie forme per farmi recedere, ma – ripeto – con le riserve che ho evidenziato poc’anzi perché mai pensavo di rescindere realmente il contratto. L’onorevole Astone, con il quale c’era un antico rapporto, mi ha chiesto cosa succedeva. Succedeva che la città era sporca e che questi soggetti si dovevano mettere in testa di cambiare registro. Mi risulta che l’onorevole Astone riferì queste cose e la situazione migliorò. Io ebbi l’incontro e dissi: “Non ho alcun atteggiamento ostile o precostituito nei confronti… Voglio semplicemente la città pulita: se mi fate sì che la città sia pulita per me il discorso è chiuso”. Questo è l’episodio del quale… Però basterebbe andare a vedere come mi sono comportato prima e come mi sono comportato dopo per riportarlo nei giusti termini”.
Sullo sfondo della vicenda si intravedono poi (ma trattasi di vicende sulle quali il procuratore distrettuale ha ricordato l’attuale pendenza di ulteriori indagini) concreti interessi e personali interferenze di uomini politici, a livello regionale e nazionale (sono emersi, tanto sulle cronache giornalistiche quanto nella parte non segretata dell’audizione, riferimenti – tra gli altri - all’ex parlamentare ed ex sottosegretario Giuseppe Astone, già condannato dal Tribunale di Messina per reati contro la p.a. nell’ambito della c.d. Tangentopoli messinese), nonché una proiezione internazionale delle attività del c.d. Gulino Group - ossia della holding cui fa capo la società Altecoen – che meritano una approfondita attività di riscontro investigativo, tuttora in corso.

4. Espansione della ‘Ndrangheta a Messina

La città di Messina, come già ricordato, è stata tradizionalmente considerata zona di “naturale” espansione della criminalità organizzata ‘ndranghetista, per una serie di fattori coincidenti: la vicinanza territoriale, che fa di Messina una sorta di propaggine del territorio calabrese (al quale risulta più vicino rispetto alle aree di maggior diffusione del fenomeno mafioso siciliano, ossia Catania e Palermo); la relativa debolezza delle strutture criminali associate della città, nei termini sopra riferiti, che ha permesso l’espansione di organizzazioni più forti; la massiccia presenza di calabresi attraverso le strutture universitarie e lavorative messinesi.
È proprio quest’ultimo il dato saliente e caratterizzante la presenza della ‘Ndrangheta a Messina, poiché fino alla recente istituzione (ed al successivo ampliamento, con la creazione di svariati corsi di laurea) dei poli universitari calabresi, in particolare di Catanzaro e Reggio Calabria, la maggior parte della popolazione universitaria calabrese transitava per l’Ateneo messinese.
È stata questa la migliore occasione per le ‘ndrine calabresi di inserirsi nel tessuto sociale messinese e secondo le conclusioni della D.D.A. di Messina tale occasione è stata sfruttata dalle cosche del versante tirrenico - in particolare, Piromalli, Mammoliti e Bellocco - come da quelle del versante ionico - tra queste le famiglie Morabito, Pelle e Nirta - che tutte hanno assunto diretta influenza sulla struttura universitaria grazie all’infiltrazione di associati nelle strutture organizzative dell’Ateneo (consiglio di amministrazione, opera universitaria, consigli di facoltà), al fine di influire sulle dinamiche complessive di spesa (dalla gestione degli appalti, ai benefici agli studenti come sussidi, posti-letto presso la “Casa dello studente”, borse di studio, etc.) oltre che determinare gli esiti di corsi di studio o di singoli esami grazie alla capacità di intimidazione.
Nel corso dell’ultimo decennio sono stati svariati gli episodi di minaccia o vera e propria aggressione fisica, anche con armi da fuoco, a docenti universitari, da parte di soggetti appartenenti a ‘ndrine calabresi, che avvaloravano così la loro appartenenza al gruppo mafioso e garantivano quelle condizioni di assoggettamento ed omertà necessarie per la realizzazione dei loro scopi.
Gli episodi più gravi ed evidenti di questo processo formano oggetto della relazione della Commissione formata nel corso della XIII Legislatura ma torna utile ripetere l’impressionante elenco:

  • 6 settembre 1990: gambizzazione del prof. Antonio Pernice;

  • 15 novembre 1995: gambizzazione del prof. Giancarlo De Vero;

  • 10 dicembre 1995: omicidio dello studente di medicina Raffaele Sciarrone e ferimento dello studente di economia e commercio Paolo Marino (entrambi calabresi);

  • 23 febbraio 1996: esplosione di una bomba carta nei pressi della Facoltà di economia e commercio;

  • 5 luglio 1996: incendio dell’Istituto di diritto privato della Facoltà di giurisprudenza;

  • luglio 1996: minacce al prof. Giuseppe Romeo da parte di due studenti calabresi;

  • 1 ottobre 1996: lancio di una bomba rudimentale contro la segreteria della Facoltà di giurisprudenza;

  • febbraio-settembre 1997: incendio delle autovetture del prof. Angelo Sinardi;

  • 15 gennaio 1998: omicidio del prof. Matteo Bottari, genero dell’ex rettore Guglielmo Stagno d’Alcontres e tra i più stretti collaboratori del rettore in carica all’epoca Diego Cuzzocrea. L’omicidio apre il “caso Messina”.

L’elenco delle intimidazioni e delle pressioni a docenti dell’Ateneo messinese è sensibilmente maggiore, in realtà, come emerge dalle motivazioni della sentenza relativa alla c.d. operazione Panta Rei, della quale si dirà a breve, ove vengono citati ed analizzati episodi intimidatori di vario tipo contro il prof. Giovanni Nicosia (docente di lingua e letteratura inglese, oggetto di intimidazione nel maggio del 1988), la prof.ssa Maria Teresa Calapso (docente di Economia e Commercio, più volte minacciata nel corso del 1992), il prof. Raffaele Galluzzo (docente di Economia e Commercio, ripetutamente intimidito fino agli anni ’94-95), il prof. Giuseppe Doddis ed il suo collaboratore dott. Giuseppe Avena (oggetto di minacce ripetute nel corso degli anni ’90), i professori Francesco Purello D’Ambrosio e Rolando Marini (docenti di Medicina, oggetto di minacce rispettivamente nel settembre ’97 e nel dicembre ’98).
A questo elenco, già di per sé significativo delle anomalie nella vita accademica ed universitaria messinese, si deve aggiungere di certo l’omicidio di Luciano Sansalone, commesso il 6 dicembre 1984 a colpi di fucile caricato a pallettoni (secondo modalità ostentatamente mafiose) da assassini rimasti ignoti e che rappresenta un momento di snodo nell’assetto degli interessi ‘ndranghetisti a Messina.
Costui, già impegnato in attività politica nel proprio paese natale (Locri) e candidato dalla Democrazia Cristiana alle elezioni comunali di Messina immediatamente precedenti il suo omicidio, era direttamente coinvolto nelle attività politiche universitarie: fondatore di un sindacato dei dipendenti universitari (SADER), leader dell’A.U.D. – Associazione universitari democratici, “Grifo” della goliardia locale.
Pur non essendo stati accertati ed individuati gli autori dell’omicidio, la causale più probabile è apparsa, fin dall’inizio, quella degli interessi delle associazioni mafiose negli appalti universitari.
Dalle indagini sull’omicidio era infatti venuta alla luce una serie di interessanti elementi: gli interessi per gli appalti universitari che Sansalone coltivava e che aveva in precedenza manifestato apertamente al direttore amministrativo dell’Ateneo (tanto da indurlo a rinviare deliberatamente la data della propria laurea per rimanere inserito nella struttura universitaria); il suo ruolo di referente degli studenti; i suoi legami con la criminalità organizzata messinese, in particolare Domenico Cavò e l’imprenditore di Bagheria Michelangelo Alfano; i rapporti di conoscenza con Strangio Giuseppe, Ielo Carmelo e Cordiano Raffaele, tutti imputati nel processo c.d. Panta Rei.
In particolare, poi, un dato investigativo che riporta l’omicidio alla questione degli appalti risulta da intercettazioni telefoniche compiute nell’ambito della ricerca del boss latitante Domenico Cavò: in una conversazione intercorsa proprio tra Cavò e Sansalone il 13 aprile 1984 (segnalata alla Commissione dal procuratore della Repubblica di Messina), il primo si rivolge al secondo in relazione ad una gara di appalto per l’ampliamento dei padiglioni del Policlinico universitario.
L’appalto cui Sansalone era interessato è stato oggetto di analisi nel corso delle indagini della op. Panta Rei, essendo emerso un concreto interesse all’aggiudicazione in favore di un’impresa facente capo a Michelangelo Alfano. La gara era relativa alla realizzazione di alcuni padiglioni del Policlinico Universitario ed aveva un importo complessivo di 14 miliardi di lire. Il progetto non si era realizzato a causa della “interferenza” di altra impresa emiliana, che aveva presentato un’offerta più conveniente per l’amministrazione.
Su tale vicenda risultano peraltro apporti informativi dall’ex boss Luigi Sparacio (che ha riferito di accordi e rapporti di Cavò con i calabresi e con l’Università e, avendo Sansalone consentito l’aggiudicazione della gara citata ad una ditta diversa da quella concordata, della decisione di Cavò ed altri calabresi di ucciderlo) e di altro testimone, un tossicodipendente già studente di Giurisprudenza a Messina, Antonio Nuccio, ora deceduto.
Nel 1988 Nuccio aveva riferito che nel 1975 aveva conosciuto Sansalone Luciano, Strangio Giuseppe, Ielo Carmelo, Stelitano Pietro, Stelitano Felice ed altri calabresi, componenti del senato accademico, e che costoro gli avevano confidato di aver creato all’Università di Messina “un gruppo di pressione avvalendosi in un primo momento del senato goliardico e dopo la riforma universitaria, attraverso gli organi universitari istituzionali (consiglio di amministrazione, consiglio dell’opera universitaria e consigli di facoltà), avente il fine di assicurare a loro stessi e ad altri amici privilegi di ogni genere”, riferendogli anche della possibilità di condizionare le gare di appalto di servizi - in particolare la mensa universitaria - e di opere pubbliche, quali la realizzazione di padiglioni del Policlinico Universitario.
Peraltro, sulla vicenda degli appalti per l’ampliamento del Policlinico di Messina e sul generale interesse nutrito dalle mafie per tali affari, ha reso ampie dichiarazioni anche uno dei più importanti e decisivi collaboratori di Giustizia degli ultimi anni, ossia Angelo Siino (quello che le cronache giudiziarie hanno efficacemente descritto come “il ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra”, essendo il delegato della famiglia vincente dei corleonesi a gestire la materia degli appalti pubblici nell’intera Sicilia). Ebbene, lo stesso Siino ha confermato che anche gli appalti sul territorio messinese erano sottoposti al controllo delle cosche mafiose e che egli ricorda di un intervento diretto del boss catanese Nitto Santapaola (per il tramite del suo referente nella zona messinese Eugenio Galea, che sarebbe intervenuto anche sui boss locali) per l’assegnazione dell’appalto dei lavori di ampliamento del Policlinico universitario di Messina a favore di una impresa compiacente (nella specie, la Grassetto S.p.a.).
Tutti elementi, questi, che avvalorano l’esistenza di voraci appetiti delle cosche (tanto della ‘Ndrangheta, quanto di Cosa Nostra) e che forniscono una chiave di lettura di diversi fatti criminali del recente passato, non ultimo il più volte ricordato omicidio Bottari.
Sul punto occorre aprire una parentesi: nel corso delle audizioni della Commissione a Messina è stata più volte evocata tale vicenda luttuosa, tanto dal procuratore Croce quanto dai rappresentanti della procura generale di Reggio Calabria.
Il procuratore Croce ha, infatti, segnalato come tutte le piste possibili siano state battute nel corso delle indagini (anche quelle meno probabili ed emerse casualmente, come avvenuto in relazione all’esito di alcune intercettazioni operate da altra autorità giudiziaria per altri fatti), a fronte di una città che su questo gravissimo fatto di sangue è rimasta “totalmente muta”; ha comunicato altresì che rimane sempre aperto e pendente per il fatto un fascicolo di indagine contro ignoti, anche per mantenere sempre viva la possibilità di accertamenti futuri.
Il sostituto procuratore generale di Reggio Calabria Neri ha invece fatto riferimento a clamorose novità sulla vicenda, emerse nell’ambito della c.d. operazione Gioco d’azzardo, che vede coinvolti tra gli altri anche avvocati, imprenditori e magistrati messinesi (indagati anche per reati associativi, riciclaggio, rivelazione di segreti d’ufficio): una intercettazione ambientale, in particolare, intervenuta tra alcuni degli indagati farebbe pensare alla possibilità che costoro conoscessero identità del killer e movente del fatto. Sull’operazione Gioco d’azzardo in generale si rinvia al paragrafo dedicatole infra; sulla citata intercettazione allo stato appare necessario sospendere il giudizio, considerato peraltro che la procura generale di Reggio Calabria ha anticipato alla Commissione la trasmissione dei risultati di eventuali perizie sul nastro in oggetto.
Tornando agli interessi ‘ndranghetisti a Messina attraverso le strutture universitarie, di notevole rilievo le dichiarazioni riportate dal procuratore Croce nella sua relazione sull’andamento del fenomeno mafioso e rese da un collaboratore di Giustizia (Francesco Fonti, già affiliato alla ‘Ndrangheta ed ex studente universitario a Messina), secondo cui la Casa dello studente di Messina era un deposito per le associazioni mafiose e “la pistola era cosa normale come la penna stilografica”.
L’attività investigativa compiuta nel corso degli anni ha permesso di verificare due circostanze di grande rilievo: 1) la capacità di soggetti provenienti da diverse zone della Calabria (Africo, Roghudi, Melito Porto Salvo, Palmi, Seminara, San Luca, Platì o addirittura Vibo Valentia) di aggregarsi a Messina nonostante la differenza di provenienza e la diversità di affiliazione, formando il comune legame originario ‘ndranghetista da collante per l’unificazione e la creazione in territorio messinese di nuove ed anche autonome associazioni criminali, pur mantenendo intatto il modus operandi e le finalità tipicamente mafiose; 2) una precisa specializzazione dei gruppi così individuati nel traffico di sostanze stupefacenti, attività che permette la realizzazione di ingenti profitti (con possibilità di illecito reimpiego) ed il mantenimento dei rapporti con le ‘ndrine stanziate sul territorio originario (che fungono da concreti fornitori, in un sistema che vede passaggi diretti dalla Spagna, dalla Turchia e dalla Colombia) con particolare coinvolgimento delle potenti cosche della Locride e su tutte di quella di Giuseppe Morabito detto “’u tiradrittu” (boss storico di Africo, di recente catturato dopo lunghissima latitanza).
Queste conclusioni derivano da svariate e convergenti dichiarazioni di collaboratori di Giustizia, riferite dal procuratore distrettuale, oltre che dall’esito di importanti processi.
Il riferimento è: al processo contro, tra gli altri, Rocco Morabito (nipote del Tiradritto), Giuseppe Micheletti e Domenico Antonio Mollica, tutti appartenenti al gruppo ‘ndranghetista operante a Messina e giudicati dal Tribunale di Milano per il traffico di centinaia di chilogrammi di stupefacente, con l’accertamento di ripetuti incontri organizzativi proprio in Messina; alla c.d. operazione Zebra, che vede tra gli indagati per traffico di stupefacente diversi affiliati delle cosche di S. Luca; alla c.d. operazione Doctor 2, nella quale risultano coinvolti in sinergia nel traffico di droga appartenenti al clan Mangialupi di Messina e membri della famiglia Giorgi di S. Luca (il cui capo Antonino Giorgi è cognato del boss Francesco Nirta, capo della famiglia omonima); alla c.d. operazione Biancaleo, nella quale sono confermati i canali di approvvigionamento di droga da ‘ndrine del reggino; alla già citata operazione Alcatraz, nella quale il principale fornitore del clan Mangialupi appare essere Francesco Paolillo, collegato alla famiglia Ascone di Rosarno; alla c.d. operazione Panta Rei.
Quest’ultimo procedimento, nei confronti di Arena Fausto Domenico + 65 (altri tredici imputati hanno definito la loro posizione con il giudizio abbreviato), riguarda l’esistenza tanto di un associazione di stampo mafioso volta a “governare” l’Università messinese (attraverso minacce a docenti, indebito conseguimento di esami e diplomi, falsificazione di documentazione, con il contorno dell’esercizio di usura ed il possesso di armi), quanto l’esistenza di un’associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, con il diretto coinvolgimento delle famiglie Morabito di Africo e Zavettieri di Roghudi. Il processo di primo grado si è concluso negli stessi giorni della missione della Commissione a Messina, con 33 condanne e 33 assoluzioni: in particolare, il Tribunale di Messina ha ritenuto sussistente l’associazione mafiosa contestata a diversi condannati, applicando le pene più severe per la ritenuta ipotesi di associazione finalizzata al traffico di droga.
Tra gli assolti spicca la figura del boss Giuseppe Morabito, mentre una lieve condanna per fatti minori ha colpito il prof. Giuseppe Longo, già coinvolto nelle indagini per l’omicidio Bottari in quanto suo accertato oppositore all’interno dell’Università (oltre che direttamente legato alla cosca Morabito, come ha attestato il Tribunale di Messina – sezione misure di prevenzione, applicandogli la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per la durata di tre anni, unitamente alla misura patrimoniale della confisca di un immobile in Messina).
Di certo tale sentenza, pur non definitiva, rappresenta una parziale negazione degli assunti investigativi riferiti davanti alla Commissione e confermati dal complesso dei dati riportati, anche se la vicenda appare suscettibile di conferma giudiziaria in sede di appello.
Il procuratore ha comunque ricordato che l’interesse investigativo e preventivo sulle strutture universitarie non è mai scemato, tanto da dichiarare che allo stato “non abbiamo segnalazioni di infiltrazioni mafiose o di attività di signori, calabresi o no, che nell’ambito dell’università si muovono in maniera non debita, al di fuori delle sole esigenze di studio”.
I controlli sono stati attivati prontamente anche a seguito della segnalazione della presenza, all’interno della Facoltà di economia e commercio, di Fausto Domenico Arena (coinvolto nell’op. Panta Rei, ove ha subito una pesante condanna ad oltre dieci anni di reclusione), con previsione di periodiche verifiche già programmate da parte della D.I.G.O.S. della Questura di Messina.
Inoltre, è stata oggetto di rinnovata attenzione anche l’Opera universitaria (attualmente retta da un amministratore diverso rispetto agli anni più critici) e la principale struttura gestita da quell’ente, la Casa dello studente, ove risultano essere stati compiuti atti di ispezione e perquisizione, pur nella delicatezza delle operazioni (che coinvolgono necessariamente decine di soggiornanti, quasi sempre estranei a vicende criminose).
Le evidenze testé ricordate permettono di considerare l’attuale contesto universitario messinese considerevolmente mutato in melius rispetto al quadro precedente (oggetto dell’indagine Panta Rei), grazie ad un sistema integrato di verifiche e controlli che parte dalla stessa istituzione accademica e passa da organi di verifica ed indagine, quali le forze di polizia, la magistratura inquirente e questa stessa Commissione.
Il risultato è quello di mantenere costante l’attenzione sulle vicende dell’Università, con l’obiettivo di impedire ogni futura infiltrazione mafiosa nel tessuto organizzativo e vitale dell’Ateneo messinese, attualmente apparentemente bonificato rispetto agli anni passati.
A questo proposito, deve essere giustamente sottolineato il nuovo clima di trasparenza e collaborazione con la magistratura instaurato dall’ex rettore Silvestri (insigne giurista, di recente nominato dal Parlamento giudice della Corte Costituzionale), che sostituì il rettore Cuzzocrea, coinvolto direttamente nel c.d. “caso Messina”; allo stesso modo deve osservarsi come uno dei primi importanti atti dell’attuale rettore Tomasello sia stata la sigla di un protocollo di legalità tra l’Università messinese e questa Commissione.

5. Cosa Nostra ed i suoi fiancheggiatori a Messina

Merita una trattazione separata, pur nell’ambito dell’analisi della criminalità cittadina, un gruppo di personaggi definiti dal procuratore distrettuale come gli “altri soggetti del «sistema criminale»”, che rappresentano un livello diverso, più alto e di gran lunga socialmente più pericoloso della criminalità finora descritta.
Il disvelarsi di tale nuova categoria è avvenuto grazie ad una serie di indagini compiute dalla procura distrettuale di Messina nel corso dell’ultimo quinquennio, che hanno scardinato le originarie convinzioni che la città di Messina sarebbe stata interessata in maniera quasi esclusiva da fenomeni criminali autoctoni, mossi dalla logica delle bande ed influenzati in ultima analisi soltanto dalla penetrazione nel tessuto politico-economico della 'Ndrangheta calabrese, che avrebbe sfruttato la sostanziale debolezza delle bande locali e la presenza sul territorio di un gran numero di calabresi (attraverso le strutture universitarie) per imporre i propri interessi particolari.
Ciò che emerge dall’attività investigativa svolta è invece un disegno assai diverso: infatti, già dalla fine degli anni ’70 ed in particolare negli anni ’80, Cosa Nostra avrebbe individuato nella provincia di Messina una zona particolarmente proficua per i propri traffici ed affari illeciti, esportando in quel territorio soggetti, condotte ed interessi. Ciò avrebbe fatto in quanto, a fronte di un sempre più alto livello di attenzione delle istituzioni nelle zone di espansione tradizionale di Cosa Nostra (si pensi soltanto all’innovazione del pool antimafia ed ai maxi-processi palermitani), la mafia avrebbe rinvenuto nel territorio messinese un sufficiente grado di sviluppo delle strutture economiche e finanziarie (primo obiettivo delle sue costanti mire predatorie) ed assieme un basso livello di reattività dello Stato rispetto al fenomeno criminale, vuoi per mancanza di adeguata conoscenza del fenomeno, vuoi per inettitudine delle strutture dedicate alla risposta pubblica al fenomeno mafioso.
La compresenza di questi fattori di interesse per Cosa Nostra avrebbe reso “appetibile” Messina e la sua provincia ed avrebbe determinato una “silente” e “scientifica” colonizzazione del territorio, con il principale scopo – individuato dal responsabile della D.D.A. messinese – di realizzare i seguenti obiettivi minimi:

  • la gestione sicura di alcune latitanze “eccellenti”;

  • il reinvestimento di capitali di provenienza illecita e l'inserimento di interessi mafiosi nel tessuto economico della città.

In relazione al primo punto, si pensi soltanto alla latitanza di Benedetto “Nitto” Santapaola nel territorio di Barcellona Pozzo di Gotto (ormai accertata a livello giudiziale); alla possibile latitanza di Bernardo Provenzano, il capo dei capi di Cosa Nostra, nel territorio messinese, come prospettato dalle dichiarazioni di un recente collaboratore della Giustizia (notizia della quale hanno ripetutamente ed ampiamente dato conto, con inopportuna tempestività, le cronache giornalistiche); alla latitanza di Gerlando Alberti jr. e Giovanni Sutera, dei quali si dirà appresso in relazione all’omicidio della giovane Graziella Campagna.
Il secondo obiettivo appare programmato da tutti questi “nuovi soggetti” ai quali si fa riferimento, individuati in Michelangelo Alfano, Santo Sfameni, Salvatore Siracusano e Vincenzo Vinciullo.
Svariate, ed alcune tuttora in corso, le indagini che li riguardano e che hanno permesso di verificare il loro ruolo concreto ed il metodo effettivo di penetrazione di Cosa Nostra sul territorio.
È significativo, peraltro, che diverse di queste indagini siano state condotte da Procure diverse da quella messinese, in applicazione del criterio di competenza funzionale fissato dall’art. 11 del codice di procedura penale, che disciplina il trasferimento delle indagini in caso di coinvolgimento di magistrati in servizio nel distretto. Tale circostanza non fa che ribadire l’assunto che Cosa Nostra abbia ritenuto utile espandersi nel messinese per il basso livello di risposta delle istituzioni preposte alla lotta alla mafia; prima fra tutte l’istituzione giudiziaria, più volte compromessa in inquietanti intrecci e rapporti con appartenenti all’associazione mafiosa.
La figura di Michelangelo Alfano rappresenta il punto centrale dell’analisi del fenomeno, nonostante la sua recentissima e sorprendente morte, le cui caratteristiche fanno pensare fondatamente ad un suicidio: egli è stato infatti rinvenuto cadavere il 18 novembre 2005 in una zona isolata della città di Messina, con a fianco la pistola con la quale si sarebbe sparato alla tempia ed in tasca lettere di spiegazione del gesto (originato dall’imminente ripresa di efficacia di una misura cautelare carceraria nei suoi confronti).
L’atipicità del suicidio per un appartenente a Cosa Nostra lascia certamente un margine di dubbio sulle modalità della sua fine, che potrà essere fugato soltanto dagli accertamenti già in corso da parte della D.D.A. e della polizia giudiziaria.
Alfano era di recente tornato agli onori delle cronache giudiziarie, essendo stato sottoposto a custodia cautelare in carcere con provvedimento del G.i.p. di Palermo per il reato di interposizione fittizia di cui all’art. 12-quinquies l. 356/92 (aggravato ex art. 7 legge 203/91), avendo cercato di occultare alcune delle sue immense disponibilità patrimoniali al fine di sottrarle all’applicazione di misure di prevenzione.
Egli ha rappresentato certamente il vertice di questa “sorta di "oligarchia delinquenziale" che caratterizza Messina” descritta dal procuratore della Repubblica di Messina.
Alfano, stabilitosi a Messina alla fine degli anni ‘70, proveniva dalla famiglia mafiosa di Bagheria, ossia una delle famiglie di più solida tradizione all’interno di Cosa Nostra. Nel 1984 è destinatario di un mandato di cattura del giudice istruttore del Tribunale di Palermo nell’ambito delle indagini relative al c.d. “primo maxiprocesso” e si dà alla latitanza per ben quattro anni, costituendosi nel 1988.
Il suo nome si ritrova nelle dichiarazioni di collaboratori di Giustizia del calibro di Antonino Calderone, Gaspare Mutolo, Salvatore Contorno e Francesco Marino Mannoia (tra gli altri), che lo indicano come “uomo d’onore” di provenienza bagherese.
È imputato nel cd. “maxi-ter” a Palermo e condannato a 4 anni di reclusione per associazione per delinquere semplice, poiché all’epoca di verificazione del fatto non era stata ancora introdotta nel sistema penale italiano la fattispecie di reato dell’associazione mafiosa di cui all’art. 416 bis c.p. (introdotta nel 1982).
Nel medesimo periodo in cui a Palermo si accerta la sua appartenenza a Cosa Nostra, tra la fine degli anni ‘80 e la fine degli anni ‘90, egli arriva a Messina, dove riesce a ripulire la sua immagine: in una città in cui tutti ignorano o fanno finta di ignorare la sua provenienza ed il suo recente passato, egli si presenta come ricco imprenditore, diventa presidente del Messina Calcio, frequenta il salotto buono della città e stringe importanti contatti con membri delle istituzioni politiche e giudiziarie.
Sul punto, basti il riferimento al processo tuttora pendente davanti al Tribunale di Catania nei confronti di Princi + 6 (c.d. operazione Witness, per la quale la competenza della Procura distrettuale di Catania è stata sancita dalla Corte di Cassazione, in applicazione dei criteri di cui all’art. 11 c.p.p.), che ha disvelato un fitto intreccio di rapporti tra Alfano e magistrati messinesi e che ha portato addirittura all’arresto del sostituto procuratore nazionale antimafia (e già P.M. presso il tribunale di Messina) Giovanni Lembo e del presidente della sezione G.I.P. del Tribunale di Messina Marcello Mondello.
L’attività di relazioni sociali dell’Alfano non si è mai disgiunta, peraltro, dalla sotterranea attività di boss mafioso: costui risulta infatti coinvolto nel ferimento del giornalista sportivo Mino Licordari; sono accertati i suoi rapporti con Domenico Cavò e, dopo l’assassinio di costui, con Luigi Sparacio (primi due boss di rilievo e con capacità unificatrici delle organizzazioni mafiose messinesi) che diviene il capo della struttura più propriamente militare ed operativa che sostiene l’ascesa economica di Alfano.
Gli interessi e le azioni di Alfano appaiono comunque sempre improntati alla realizzazione di uno scopo principale: investire e riciclare in strutture imprenditoriali apparentemente sane ed immacolate il denaro di Cosa Nostra. Le ripetute iniziative di prevenzione assunte dal Tribunale di Messina nei suoi confronti testimoniano dell’ampiezza del suo patrimonio, congiunta ad una oggettiva difficoltà di esplicarne la lecita provenienza.
Secondo un copione assolutamente usuale, poi, una volta soggette a sequestro o confisca le imprese utilizzate dall’Alfano, la gestione ne diventa quasi insostenibile, con difficoltà che provengono da più fronti. Sul punto, si richiama quanto sostenuto in sede di audizione dal procuratore aggiunto di Messina dott. Scalia (coordinatore del gruppo di lavoro specializzato che ha competenza sulla materia delle misure di prevenzione): “Lui era titolare soprattutto di servizi per le pulizie nei treni, la cui sede era in un palazzo che egli aveva a Bagheria e che si chiamava palazzo Alfano (…) La difficoltà obiettiva, che però credo si verifichi in tutta Italia (…) è la gestione successiva. Queste ditte vanno in una certa maniera finché sono gestite dal mafioso; quando non sono più gestite dal mafioso e con il metodo mafioso, si creano problemi di sopravvivenza, anche per questioni di liquidità. Infatti, se in un’azienda affluisce capitale illecito, la liquidità c’è sempre. Il giudice ha trovato notevoli difficoltà a mantenere in vita questo tipo di aziende, sia per quel che dicevo, sia perché il credito viene tagliato. Bisogna vedere se ciò avviene perché mancano nuovi afflussi di capitale o anche per difficoltà nella partecipazione alle gare”. Ed ancora il dott. Scalia aggiunge: “Ritengo sia necessario che faccia parte del vostro patrimonio di conoscenza il fatto che la Alfa Servizi del gruppo Alfano (un’impresa che faceva parte di un più ampio consorzio con sede a Napoli e si occupava della pulizia dei treni) dopo il sequestro e la confisca è stata esclusa da qualsiasi appalto. Fin quando era gestita da Alfano poteva operare; quando è iniziata la gestione da parte dello Stato si è eccepito che potesse farlo (…) Morale della favola, la Alfa Servizi è fallita, anche perché, a seguito del trasferimento del personale, c’è stata una richiesta vorticosa del versamento del trattamento di fine rapporto (avrebbe dovuto farlo Alfano, che invece non ha mai provveduto), per cui ci si è trovati di fronte ad una mancanza di liquidità”. Ultroneo sottolineare come in queste affermazioni si colga l’essenza della capacità intimidatrice dell’associazione mafiosa: all’impresa, finché è retta dal mafioso, nessuno ha il coraggio di negare aperture di credito o aggiudicazione di appalti oppure di richiedere le spettanze dovute; cessata la gestione mafiosa, l’impresa diventa debole e viene immediatamente posta ai margini dei circuiti di produzione della ricchezza.
Recenti acquisizioni investigative, compiute non solo dalla D.D.A. messinese ma anche da altre autorità giudiziarie, hanno fornito un quadro abbastanza chiaro della rete di rapporti intessuta dall’Alfano con affaristi e imprenditori che hanno intrattenuto con l’organizzazione criminale da lui rappresentata relazioni d’affari disinvolte e continue, mantenendo ed ampliando allo stesso tempo quelle relazioni pubbliche con appartenenti alla magistratura, alle forze di polizia e al mondo politico già intraprese dall’Alfano, per ottenere la garanzia d’impermeabilità ai controlli esterni e lo sviluppo senza ostacoli delle loro iniziative economiche.
In questo gruppo di affaristi e fiancheggiatori dell’organizzazione mafiosa spicca la figura di Salvatore Siracusano, imprenditore edile in società con l’uomo politico Santino Pagano (già deputato e con incarichi di governo come sottosegretario di Stato alle finanze) ed anch’egli in passato con incarichi politici a livello comunale.
Siracusano risulta attualmente indagato per concorso in associazione mafiosa e riciclaggio nell’ambito della c.d. operazione Gioco d’azzardo, dei cui primi esiti hanno riferito nel corso dell’audizione dell’8 giugno 2005 il procuratore generale di Reggio Calabria dott. Marletta ed il suo sostituto dott. Neri.
L’indagine ha avuto uno svolgimento complesso non soltanto dal punto di vista investigativo ma anche da quello processuale: infatti, nasce da attività avviata dalla Procura di Milano, che in seguito stralciò e trasmise per competenza territoriale alla Procura di Messina gli atti relativi alle posizioni degli indagati Lombardo Alfio e Siracusano Salvatore ed alla Procura di Reggio Calabria gli atti relativi a Savoca Giuseppe, magistrato in servizio nel distretto di Messina, in applicazione della disciplina di cui all’art. 11 c.p.p..
La Procura della Repubblica di Reggio Calabria, vagliate le indagini già compiute –informazioni di collaboratori di Giustizia ed esecuzione di migliaia di intercettazioni telefoniche ed ambientali – ed effettuate le necessarie valutazioni, ritenendo di non poter esercitare proficuamente l’azione penale, richiese al G.i.p. l’archiviazione del procedimento ma il giudice, non ritenendola accoglibile allo stato degli atti, fissò udienza camerale di discussione di tale richiesta, nel corso della quale il Procuratore Generale di Reggio Calabria esercitò i suoi poteri di avocazione del procedimento. Nello stesso tempo, insorto un conflitto negativo di competenza in relazione ai procedimenti stralcio ancora pendenti presso le Procure di Milano e Messina (che la Procura generale reggina non intendeva riunire al proprio procedimento), il Procuratore Generale presso la Corte di cassazione affermava la competenza per connessione della Procura generale reggina anche per i detti procedimenti.
L’indagine oggetto della citata operazione si svolge secondo due filoni di approfondimento, peraltro non slegati ma connessi parzialmente, tanto dal punto di vista soggettivo quanto da quello oggettivo: da un lato, il crescente interesse della criminalità organizzata mafiosa nella gestione a livello internazionale del gioco d’azzardo, che permette ingenti guadagni e possibilità illimitate di riciclaggio di denaro sporco; dall’altro lato, la rappresentazione della nuova strutturazione di Cosa Nostra nel messinese, che, sotto la guida di alcuni capi carismatici ed indiscussi (Alfano e Santo Sfameni), tenderebbe a realizzare forme di riciclaggio attraverso l’insinuazione di imprese mafiose nel mercato imprenditoriale legale, grazie alla complicità di imprenditori legati alle strutture mafiose e con la copertura e l’aiuto di appartenenti ad apparati istituzionali (magistratura e forze dell’ordine).
Il primo filone di indagine tende a riscontrare le dichiarazioni di numerosi collaboratori di Giustizia che riferiscono di diretti interessi del clan catanese di Nitto Santapaola nelle Antille Olandesi (in particolare, nell’isola di Saint Marteen), relativamente al reimpiego di capitali illeciti, alla realizzazione di strutture turistiche ed alla gestione di casinò. Gli interessi di Santapaola sarebbero rappresentati da Gaetano Corallo ed Ilario Legnaro (già gestore del casinò di Campione d’Italia), i quali si avvarrebbero per l’attività di riciclaggio della preziosa collaborazione di Rosario Spadaro.
Spadaro, che risulta risiedere a Saint Marteen ed avere nell’isola rilevantissimi interessi nel campo turistico e del gioco d’azzardo, è già stato coinvolto in passato in traffici di armi oggetto di rilevanti operazioni di polizia (il riferimento è alla c.d. operazione Arzente Isola della Procura di Messina, risalente ormai a diversi anni fa ma che sembra riacquistare attualità; a sua volta, tale operazione è collegata alla nota c.d. op. Andalusia della Procura di Catania) e manifesta grandi disponibilità finanziarie e corposi investimenti societari, anche attraverso la moglie; egli, poi, risulta essere sottoposto ad indagini da parte delle autorità federali americane (esattamente dall’F.B.I.) per una maxi-truffa a società di assicurazione.
Sul ruolo svolto da questi tre soggetti appaiono convergere le dichiarazioni rese – in verità in arco temporale assolutamente dilatato, fin dagli anni ’70 – di numerosi collaboratori di Giustizia (tra gli altri, Antonio Cariolo, Angelo Siino, Francesco Avola e addirittura Angelo Epaminonda), le cui dichiarazioni vengono in realtà ricostruite ed assemblate in un puzzle ardito ma considerato efficace dai giudici reggini che hanno deciso sulle richieste cautelari avanzate dal P.G..
Spadaro rappresenta poi il trait d’union tra il primo ed il secondo filone d’indagine, poiché egli risulta interessato alla costruzione del complesso immobiliare “Le Terrazze” a Messina, che Spadaro avrebbe eseguito allo scopo di investire denaro del clan Santapaola, come riferito da Luigi Sparacio; il quale ha anche riferito di un progetto di gambizzazione ai danni di Salvatore Siracusano - che aveva nel frattempo rilevato l’affare attraverso la sua società Sicom S.r.l. – saltato grazie all’intervento del referente di Santapaola per gli appalti su Messina, Eugenio Galea.
Il secondo filone ruota invece tutto attorno a Michelangelo Alfano, il quale, sin dal momento del suo arrivo a Messina, riesce a condizionare gli appalti immobiliari privati attraverso l’imposizione della società Sicis (riconducibile ai Bruno di Bagheria e titolare di quote della Thermoplastic, società invece riconducibile direttamente ad Alfano e che dalla Sicis riceveva cospicue commesse).
Le più rilevanti operazioni immobiliari realizzate in tal maniera riguardano la costruzione dei mega-complessi “La Gazzella” e “La Casa Nostra”: al primo concorrono anche Siracusano e Pagano con l’allora socio Antonello Giostra (commercialista-costruttore, già condannato per ricettazione di titoli provenienti da attività usuraria svolta da Vincenza Settineri, suocera del boss Luigi Sparacio, ed anch’egli arrestato nell’ambito dell’operazione Gioco d’azzardo; coinvolto altresì in passato in indagini della D.I.A. di Messina in relazione al coinvolgimento in progetti di riciclaggio di capitali illeciti attraverso la creazione, nel messinese e nel catanese, di centri commerciali); nel secondo confluirebbero, secondo le dichiarazioni di collaboratori di Giustizia, addirittura i fondi del gotha di Cosa Nostra (tanto da rendere sospetta l’assonanza tra Cosa Nostra e Casa Nostra!), ossia Mariano Agate, Totò Riina, Leoluca Bagarella, Leonardo Greco.
Alfano a Messina avrebbe intessuto stretti rapporti con i primi grandi boss della criminalità locale, ossia Domenico Cavò e Luigi Sparacio, sfruttandone le doti militari e conferendo loro l’aura di veri boss (dei rapporti tra Alfano e Sparacio ha parlato, ad esempio, Rosario Spatola, mentre lo stesso Sparacio non è mai stato prodigo di dichiarazioni sul punto, quasi a voler implicitamente confermare con il suo silenzio la pericolosità dell’Alfano).
Sembrerebbero esistenti anche rapporti tra Sparacio e Siracusano, del quale il primo parla, ricostruendo in particolare i suoi rapporti esteri. In effetti, dagli anni ’90 Siracusano dirotta la maggior parte dei suoi interessi in Polonia dove – secondo l’impostazione accusatoria - oltre a realizzare operazioni immobiliari, avrebbe investito ingenti somme in sale per il gioco d’azzardo, nelle quali si sarebbe continuato a riciclare denaro proveniente dalla mafia attraverso Alfano, grazie anche ad accordi con esponenti della criminalità organizzata locale. Contemporaneamente, egli intraprende iniziative imprenditoriali anche a Campione d’Italia: si noti la curiosa coincidenza della presenza in loco di un casinò e della circostanza che coinvolto nelle indagini sia anche Ilario Legnaro, come detto già gestore di quella casa da gioco.
Siracusano rappresenta anche un uomo di relazioni con ambienti delle istituzioni: egli ha accertati contatti con funzionari di polizia e magistrati, dai quali ottiene informazioni riservate sulle indagini che lo riguardano, a fronte di rapporti di interesse di vario tipo.
Alfio Lombardo, già dirigente della Polfer di Palermo, appare a lui legato in quanto aspirante ad ottenere la nomina a questore con l’intermediazione politica del Pagano.
Giuseppe Savoca, presidente di sezione del Tribunale di Messina e già presidente della sezione fallimentare di quel Tribunale, appare legato da rapporti di diverso interesse: egli risulta proprietario di un appartamento e di un box nel complesso “Le Terrazze” (di questo acquisto v’è traccia nelle intercettazioni agli atti) e gestisce una serie di procedure fallimentari nelle quali appare interessato il Siracusano, con il quale intrattiene una serie di rapporti non chiari e non ancora del tutto chiariti; mantiene, su sollecitazione del Siracusano, contatti con Vincenzo Barbaro, sostituto procuratore della Repubblica di Messina in servizio presso la D.D.A. (e legato a rapporti antichi e familiari con il Savoca, essendo stato il di lui padre curatore di alcune importanti procedure fallimentari messinesi), al quale sembra sollecitare verifiche ed informazioni sul conto del Siracusano.
La figura di Siracusano si delinea più chiaramente se poi si tiene conto della circostanza che costui risulta imputato dalla procura distrettuale antimafia di Messina per aver tentato di subornare un imputato in procedimento connesso che doveva deporre davanti al Tribunale di Catania, nell’ambito del processo che vede alla sbarra tra gli altri Alfano ed i magistrati messinesi Lembo e Mondello (già ricordato in precedenza), proprio al fine di favorire l’associazione mafiosa capeggiata dall’Alfano.
Ciò avrebbe fatto, secondo la prospettazione d’accusa (dei fatti hanno dato notizia solo alcune cronache locali e non anche il principale quotidiano messinese, “La Gazzetta del Sud”), insieme al suo socio storico, ossia l’onorevole Pagano, e ad uno degli avvocati di Alfano,...<omissis>..., che avrebbe materialmente posto in essere alcuni contatti con il soggetto da subornare.
Peraltro, le indagini compiute dalla D.D.A. messinese hanno aperto uno squarcio diverso dei rapporti di potere nella città messinese, essendo emersa dalle intercettazioni compiute anche nei confronti ...<omissis>... una fitta trama di rapporti di tipo massonico, sui quali appare utile e necessario un futuro approfondimento, non foss’altro per quanto dichiarato alla Commissione dal prefetto Scammacca sulla presenza massonica in città e sulla rilevanza di tale presenza: “(…) a Messina anche l’usciere del catasto è massone, qui ci sono lobby massoniche in tutti gli angoli, o sbaglio? La massoneria non è un fatto importante, perché è diffusissima, è una specie di Lions Club, eccetera, eccetera. Importante, invece, in questa città è il discorso della trasversalità degli interessi e ne ho parlato anche nella mia relazione. La massoneria…”
Lumia: “La massoneria, quella ufficiale, dovrebbe depositare gli elenchi e la costituzione. Ci sono dati ufficiali su questo per poter capire quante organizzazioni massoniche ufficiali ci sono nella provincia di Messina?”
Scammacca: “Non siamo aggiornati, ho chiesto un aggiornamento di tutte le lobby massoniche ma è una cosa che richiede molto tempo”
Lumia: “Però, il dato così, a naso, è che sono molte”
Scammacca : “Enormi, moltissime; è diffusa anche alla base, una volta era una specie di élite, ora è diffusissima nell’ambiente. È vero o mi sbaglio? Se mi sbaglio ditemelo. Il problema è, invece, la trasversalità che è molto più importante. Quello è un discorso veramente sotterraneo che ha effetti molto importanti in tutto il sistema sociale, economico (…)”.
Se questo, in estrema sintesi, è il quadro delle acquisizioni attuali, deve dirsi che la vicenda processuale appare assolutamente fluida al momento, per una serie di ragioni: gli stessi magistrati della procura generale di Reggio Calabria, ascoltati dalla delegazione della Commissione l’8 giugno 2005, hanno fatto riferimento alla attuale pendenza delle indagini, con possibilità di modifica del quadro indiziario; sotto l’aspetto cautelare, il tribunale del riesame di Reggio Calabria e lo stesso G.i.p. reggino hanno nel corso di questi mesi modificato il quadro iniziale, mettendo in libertà molti degli indagati, vuoi per scadenza dei termini di fase della custodia o per altri motivi tecnici, vuoi però anche per una sostanziale rilettura del quadro indiziario; insanabili contrasti sono sorti tra la parte pubblica (il pubblico ministero, qui rappresentato dal Procuratore generale avocante) e le parti private sulla valutazione di molte e non secondarie intercettazioni, considerate in un primo tempo irrilevanti dalla procura della Repubblica di Reggio Calabria (quest’ufficio, si ricordi, aveva richiesto l’archiviazione del procedimento) e che, sottoposte ad una nuova trascrizione disposta dalla procura generale ed effettuata rapidamente dalla polizia giudiziaria (la D.I.A. di Messina), sono risultate addirittura fondamentali per l’ipotesi accusatoria; però questa nuova attività trascrittiva non è stata effettuata nel contraddittorio delle parti, ad esempio in incidente probatorio, come richiesto dalle difese e indicato come atto doveroso dallo stesso tribunale del riesame di Reggio Calabria (peraltro, il dott. Neri ha difeso davanti alla Commissione la scelta di fare ri-trascrivere alcune intercettazioni dalla polizia giudiziaria, ritenendo di aderire così ad una prassi consolidata); è stato fatto cenno, come dato di novità, alle recenti dichiarazioni sui fatti di alcuni collaboratori di Giustizia, che devono ancora essere completamente raccolte, vagliate e riscontrate.
Tra l’altro, uno di questi collaboratori, dapprima indicato con la sola sigla “Alfa” ma già individuato dalle cronache giornalistiche come l’imprenditore messinese Antonino Giuliano (già collaboratore del citato Antonello Giostra), è stato al centro di dichiarazioni polemiche da parte delle autorità giudiziarie di Messina e Reggio Calabria nel corso delle audizioni. Il dott. Croce ha infatti stigmatizzato che, dal momento dell’avvenuto coordinamento con la procura generale di Reggio Calabria, siano contemporaneamente divenuti pubblici tanto il nome del collaboratore quanto ampi stralci delle sue deposizioni (anche in relazione a fatti parzialmente diversi da quelli oggetto dell’op. Gioco d’azzardo); ha poi segnalato la difficoltà di “gestione” di un collaboratore da parte di diverse procure, ricordando il pericolo di un “gioco al rialzo” del collaboratore, che in buona sostanza si presterebbe a rendere dichiarazioni d’accusa per ricevere un miglior trattamento complessivo.
D’altro canto, il dott. Neri ha affermato di aver appreso casualmente delle dichiarazioni di tale collaboratore (la procura di Messina le aveva trasmesse in copia al pubblico ministero competente secondo le regole del codice di procedura penale, ossia il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria) e quando il termine per ricevere le sue dichiarazioni, fissato dalla legge in 180 giorni dall’inizio della collaborazione, era prossimo alla scadenza. V’è da dire, tuttavia, che secondo quanto riferito in sede di audizione dal dott. Neri è apparso come sia stato possibile per l’Ufficio reggino acquisire ritualmente informazioni utili dal Giuliano.
Allo stato, comunque, ed anche in attesa di ricevere risposte su eventuali e prospettati sviluppi investigativi, appare realistico sospendere il giudizio sui fatti descritti, pur con la necessità di conoscerli ed approfondirli.
Ritornando al tema oggetto di analisi, ossia alla presenza di Cosa Nostra a Messina, emerge un altro elemento di altissimo profilo, che appare coinvolto anche nei fatti della citata operazione Gioco d’azzardo, ossia Santo Sfameni.
La sua figura è stata ricostruita come quella di “un capomafia all’antica”, che ha introdotto nel suo territorio (Villafranca Tirrena, comune a circa trenta chilometri dal capoluogo) e nelle zone adiacenti un sistema di potere mutuato da quello tipico delle famiglie mafiose della Sicilia occidentale con le quali - come risulta da acquisizioni investigative riferite in sede di audizione - ha avuto rapporti organici per decenni, fino a costituire una sorta di “enclave tipica di Cosa Nostra” (la definizione è del procuratore Croce).
Il sistema di potere gestito è stato descritto da svariati collaboratori di Giustizia messinesi (tra questi, Guido La Torre, Antonio Cariolo, Mario Marchese, Gaetano Costa), che hanno raffigurato un personaggio vicino ad Alfano ed in stretto contatto con i sanguinari boss messinesi, sebbene posto ad un livello superiore dalla sua capacità di creare intrecci fra apparati istituzionali, mondo imprenditoriale e interessi mafiosi.
Sfameni risulta anche coinvolto in uno dei più gravi fatti di sangue verificatisi nella zona di Villafranca Tirrena, ossia l’omicidio della giovane Graziella Campagna, avvenuto nel 1985 e sul quale è intervenuta di recente una decisione della Corte d’Assise di Messina, che ha condannato gli autori del fatto, dopo una procedura che il procuratore distrettuale ha definito in questi termini: “L’iter contorto e neghittoso dell'istruttoria, il proscioglimento dei due noti mafiosi palermitani - Gerlando Alberti Junior (alla cui latitanza, protetta appunto dallo Sfameni, vanno ricondotte le causali del delitto) e Giovanni Sutera - originariamente accusati dell'omicidio, la successiva riapertura delle indagini, e le pesantissime condanne loro inflitte dopo moltissimo tempo dai fatti, all’esito del dibattimento di primo grado, già da soli attestano le capacità di "intervento" dello Sfameni sui meccanismi investigativi e giudiziari” (dalla relazione di analisi sull’andamento del fenomeno mafioso, trasmessa alla Commissione il 9 giugno 2005).
Dunque, un personaggio con solidi rapporti con Cosa Nostra tanto da diventare protettore di latitanti palermitani eccellenti, organizzatore di una struttura temuta e con rapporti “pericolosi” con pezzi delle istituzioni (Sfameni è stato direttamente coinvolto nelle indagini che hanno portato all’arresto dei magistrati messinesi Lembo e Mondello, sopra ricordate), ma anche dotato di una mentalità mafiosa imprenditoriale, che gli ha permesso di accumulare ingenti ricchezze patrimoniali, almeno in parte sottrattegli dallo Stato attraverso lo strumento del sequestro di prevenzione, divenuto definitivo con la confisca decretata nel dicembre 2003 (come ricordato in sede di audizione dal dott. Scalia).
Sfameni è altresì risultato in collegamento attivo, direttamente e per tramite del figlio Antonino, con l’imprenditore Vincenzo Vinciullo, soggetto rientrante in quel novero di affaristi (come i già ricordati Siracusano, Pagano e Giostra) risultati a disposizione – personalmente e con le loro strutture aziendali e societarie – degli interessi di gruppi mafiosi, permettendo il comodo reinvestimento in attività imprenditoriali apparentemente lecite di capitali di provenienza illecita.
In particolare, risulta dalle informazioni fornite dalla D.D.A. di Messina che Vinciullo sia stato indicato nominativamente addirittura da Bernardo Provenzano in persona a Luigi Ilardo, nella “corrispondenza” fra i due che costituisce oggetto dell'informativa ROS/DIA denominata "Grande Oriente" del 30 luglio 1996 (come è noto, Ilardo fu ucciso poco prima di formalizzare la sua collaborazione con la Giustizia ma dopo aver reso importanti dichiarazioni confidenziali ad un ufficiale dei Carabinieri, anche in relazione ai “pizzini” inviati da Provenzano e con i quali il boss impartiva disposizioni), come il soggetto di riferimento per la composizione delle controversie insorte fra le famiglie palermitane e catanesi di Cosa Nostra sulla destinazione dei proventi dell’estorsione posta in essere in danno delle acciaierie “Megara” di Catania.
Nell’ambito della vicenda – ed a riprova della sua importanza - si verificò addirittura un duplice omicidio, ossia quello di Vecchio Francesco e Rovetta Alessandro, dirigenti delle acciaierie, verificatosi a Catania il 31 ottobre 1990.
Il Vinciullo risulta godere a Messina fama di solidissimo imprenditore ed appare in grado di gestire, mediante i suoi saldi legami con la famiglia Sfameni e con Michelangelo Alfano, affari di rilevante portata nei quali l’autorità giudiziaria messinese sospetta l’inserimento di pesanti interessi di tipo mafioso.

6. La mafia nella provincia

Come sopra anticipato, il fenomeno mafioso nella provincia di Messina si atteggia in maniera profondamente diversa a seconda che lo sguardo dell’analista si rivolga al lato tirrenico ovvero a quello jonico della provincia, atteso che nella zona tirrenica insistono associazioni mafiose di tradizione con solidi collegamenti con le principali strutture mafiose dell’isola, dotate di un livello militare e di capacità di infiltrazione nelle amministrazioni pubbliche e nell’economia privata.
Diverso il quadro dell’associazionismo mafioso nella zona jonica della provincia, di più recente emersione ed analisi.
Dato certo ormai, tuttavia, è che l’intera provincia sia interessata dal fenomeno mafioso, con un trend in crescita nonostante la corrispondente crescita qualitativa della risposta delle istituzioni (o forse, più semplicemente, si sono palesate presenze mafiose in passato non inesistenti ma semplicemente non indagate e non esattamente conosciute, in quel quadro di più o meno colpevole inerzia degli organi dello Stato che ha caratterizzato la lotta al fenomeno mafioso nel messinese nei decenni passati, cui più volte si è fatto cenno).

7. L’area tirrenica

La zona tirrenica della provincia di Messina, che comprende la zona montuosa dei Nebrodi, rappresenta un territorio fortemente caratterizzato dalla presenza di tradizionali e radicate aggregazioni mafiose.
In questo territorio si sono riscontrate con rilevanti attività investigative le due formali articolazioni di Cosa Nostra in provincia di Messina, ossia le “famiglie” di Barcellona Pozzo di Gotto e di Mistretta.
Le informazioni assunte dalla Commissione fanno ritenere che le associazioni mafiose della zona abbiano costituito forme organizzative adatte ad inserirsi nei maggiori circuiti di interesse economico del territorio, basato peraltro su imponenti opere pubbliche come i lavori di completamento dell'autostrada A/20 Messina-Palermo e quelli di raddoppio della linea ferroviaria nel medesimo tratto.
La gestione dei profitti derivanti dall’intromissione nell’economia legale (vuoi sotto forma di infiltrazione nell’appalto, vuoi sotto forma di attività estorsiva) appare affidata ai rappresentanti delle famiglie locali, che provvedono a smistare parte del ricavato alla struttura centrale di Cosa Nostra, in applicazione del c.d. “patto del tavolino” cui ha fatto riferimento il prefetto Scammacca nella sua relazione (ove lo ha definito come un patto “introdotto da Palermo, secondo il quale ogni organizzazione mafiosa, avuto riguardo delle competenze territoriali, gestisce su disposizione della struttura centrale il controllo degli appalti e del racket che quasi sempre viene definito a monte presso la residenza delle imprese aggiudicatarie degli appalti”).
Le principali indagini condotte negli ultimi anni in materia (il riferimento è alle operazioni Omega ed Icaro, delle quali a lungo si è dibattuto in sede di audizione) hanno poi fatto emergere anche sul territorio della provincia tirrenica di Messina l’esistenza di gruppi imprenditoriali totalmente votati alle esigenze dei gruppi associati mafiosi, che pongono le loro imprese a disposizione degli interessi mafiosi per ricevere in cambio enormi vantaggi illeciti consistenti nella ripetuta aggiudicazione illegittima di appalti e nella assoluta tranquillità nell’esecuzione dell’opera (tanto da far ritenere anche in questo caso la costituzione di vere e proprie imprese mafiose).

La famiglia di Barcellona Pozzo di Gotto risulta tradizionalmente collegata alla mafia catanese ed in particolare alla famiglia di Benedetto Santapaola, che procedimenti giudiziari hanno accertato aver trascorso lunghi periodo di latitanza proprio nel barcellonese, coperto dalle strutture mafiose locali.
Peraltro, proprio la latitanza di Santapaola a Barcellona ha rappresentato per lungo tempo una delle possibili chiavi di lettura di uno dei fatti di sangue più gravi degli ultimi anni in quella città, ossia l’omicidio del giornalista Giuseppe Alfano, ucciso a colpi di arma da fuoco a Barcellona la notte dell’8 gennaio 1993, a poca distanza dalla sua abitazione.
Alfano era corrispondente del giornale “La Sicilia” ed in quella veste si era ovviamente occupato dei tanti delitti che stavano insanguinando Barcellona, in quegli anni in piena guerra di mafia scatenata dal boss Pino Chiofalo (capo della cosca di Terme Vigliatore, paese in cui peraltro lo stesso Alfano svolgeva la sua principale attività di insegnante), che aveva così voluto vendicarsi dei suoi ex sodali di Barcellona (in particolare i boss Milone e Coppolino) con i quali aveva costituito nella zona un “corpo di società attiva” secondo i riti della ‘Ndrangheta e che lo avevano però emarginato dopo un suo arresto, per diventare e restare nel tempo fedeli alla famiglia mafiosa catanese.
Nessun accertamento giudiziario ha mai riscontrato, tuttavia, che l’omicidio dell’Alfano fu deciso perché egli aveva avuto notizia della permanenza in loco del latitante Santapaola; dichiarazioni di collaboratori di Giustizia che riferivano di coinvolgimenti diretti di Santapaola nell’omicidio (si tratta di Luigi Sparacio e Maurizio Avola) non hanno avuto sufficiente riscontro e hanno determinato l’archiviazione del relativo procedimento, come riferito dai responsabili della D.D.A. messinese in sede di audizione.
Per l’omicidio Alfano ha subito condanna definitiva a trent’anni di reclusione Giuseppe Gullotti, quale mandante del fatto, mentre è di recente intervenuta nuova condanna in appello per l’autore materiale del reato Antonino Merlino (peraltro autoaccusatosi in una prima fase delle indagini, con dichiarazioni poi ritrattate), dopo un lunghissimo e contorto iter giudiziario.
Proprio Gullotti, attualmente detenuto in regime di carcere duro ex art. 41-bis o. p, è pacificamente considerato capo della famiglia barcellonese.
Dato sconcertante riferito dalla D.D.A. messinese è che, nonostante la detenzione, egli riesca comunque a gestire la cosca attraverso i suoi sottoposti.
Tra questi spicca particolarmente la figura di Salvatore Di Salvo, detto “Sem l’americano”, che appare avere preso le redini della famiglia dopo l’arresto del Gullotti ma che attualmente si trova anch’egli ristretto in carcere (sottoposto al medesimo regime straordinario previsto dall’art. 41-bis o. p.) a seguito delle indagini relative alla c.d. operazione Omega, nella quale risulta capofila del lungo elenco di indagati.
L’operazione Omega ha fornito un quadro aggiornato degli assetti e dell'operatività delle organizzazioni mafiose del luogo (come specularmente ha permesso di fare per l’area montana di Mistretta – Tortorici la c.d. operazione Icaro, della quale si dirà a breve), consentendo di delineare chiaramente la struttura e l’organizzazione di un’associazione mafiosa diretta da uomini strettamente legati a Gullotti, che ha avuto come campo d’influenza principale l’illecita intrusione nelle procedure di aggiudicazione e nella gestione degli appalti pubblici, operando sia mediante imprese direttamente controllate da associati, sia agevolando imprese catanesi portatrici di interessi imprenditoriali comuni alle “famiglie mafiose” catanesi affiliate a Cosa Nostra.
Peraltro, l’indagine del R.O.S. dei Carabinieri ha permesso di confermare la persistenza di quei vincoli tra famiglia barcellonese e mafia catanese dei quali si è più volte parlato, tanto che l’indagine ha proceduto di pari passo ed in coordinamento – assicurato ex art. 371 bis c.p.p. anche dal procuratore nazionale antimafia - con altra indagine sviluppata presso la procura della Repubblica di Catania, sfociata nella c.d. operazione Obelisco.
Il procuratore Croce così ha descritto il fenomeno nel corso della sua audizione: “Due anni fa, nel corso dell’operazione Omega, si sono accertati i legami esistenti fra i barcellonesi e i catanesi in materia di appalti pubblici nel territorio di Barcellona. Questo ci consente di affermare con una certa sicurezza che Barcellona è entrata nel circuito delle famiglie mafiose che operano nel campo degli appalti pubblici, attraverso un meccanismo che ritengo sia applicato anche a livello regionale: riescono cioè a scambiarsi gli appalti attraverso imprese di appoggio, offerte di favore e così via, determinando l’attribuzione degli appalti ormai in buona parte del territorio”.
La famiglia di Barcellona può anche dirsi che abbia da tempo assorbito i gruppi associati della zona immediatamente circostante, quale ad esempio quello di Terme Vigliatore, un tempo capeggiato dal boss Chiofalo, e poi retto da Mimmo Tramontana (soggetto fedele alleato dei barcellonesi e poi ucciso nel corso di uno spettacolare agguato nel 2001, per motivi tuttora mai esattamente chiariti ma presumibilmente legati a regolamenti di conti interni al clan barcellonese).

La famiglia di Mistretta risulta avere caratteri di particolarità ed atipicità rispetto all’intero fenomeno mafioso messinese.
Appare inserita nel “mandamento” palermitano di San Mauro Castelverde e rappresenta – come è stato detto – una sorta di “finestra” di Cosa Nostra palermitana sulla provincia di Messina.
Peraltro Mistretta funge da snodo, da cerniera geografica tra le province di Palermo, di Messina e di Catania, circostanza che giustifica una sorta di “vocazione criminale” (così l’ha definita il procuratore distrettuale di Messina) della zona.
Sull’esistenza della famiglia di Mistretta – come detto, addirittura messa in dubbio dal procuratore della Repubblica di Mistretta con una sconcertante sottovalutazione del fenomeno – hanno reso precise informazioni alla Commissione il procuratore distrettuale antimafia ed il sostituto della D.D.A. delegato per la zona, che hanno riferito di plurime dichiarazioni di collaboratori di Giustizia sull’esistenza e sulla composizione della cosca oltre che sui suoi rapporti con Cosa Nostra (in ultimo, Santo Lenzo, coinvolto nella operazione Icaro, nella quale ha reso ampie dichiarazioni accusatorie in sede di incidente probatorio).
A capo della famiglia di Mistretta è Sebastiano Rampulla, fratello di Pietro (noto alle cronache nazionali in quanto considerato l’artificiere della strage di Capaci) e ritenuto il referente di Cosa Nostra per l’intera provincia di Messina, tanto da poter intervenire a dirimere controversie di ogni genere sul territorio (dato, questo, che emerge da attività di intercettazione che hanno riguardato il Rampulla e che sono state riferite in sede di audizione davanti alla Commissione).
Rampulla agisce anche come uomo di collegamento e di relazione con gruppi mafiosi e famiglie della Sicilia orientale, ed in particolare del catanese (in sede di audizione si è fatto riferimento al gruppo La Rocca di Caltagirone) e del siracusano (in particolare, cosche mafiose del lentinese).
La figura di Sebastiano Rampulla è stata chiaramente delineata dagli esiti dell’indagine c.d. Icaro – più volte accennata – (anche questa condotta dal R.O.S. dei Carabinieri) e che ha permesso l’esecuzione di decine di misure cautelari tra gli appartenenti alle famiglie di Mistretta, Barcellona, Tortorici ed ai vari gruppi a quelle famiglie collegati.

Proprio grazie a queste indagini si chiarisce il ruolo di responsabile di Cosa Nostra per la provincia di Messina di Rampulla nonché di elemento di coesione tra Cosa Nostra e le altre associazioni mafiose della zona nebroidea.

Sui Nebrodi infatti risultano altre tradizionali e compatte associazioni mafiose, violente e sanguinarie, derivanti tutte dal territorio montano di Tortorici ma che hanno esteso il loro raggio di influenza alle zone costiere viciniori (Brolo, Patti, Capo d’Orlando, Piraino).

I principali gruppi riconosciuti appaiono essere la famiglia Bontempo Scavo (storicamente retta da Cesare Bontempo Scavo, oggi detenuto in regime duro ex art. 41-bis o. p.) ed il clan dei Batanesi (già capeggiato da Orlando Galati Giordano - poi divenuto collaboratore di Giustizia – ed ora aggregato al principale gruppo tortoriciano).

Rilevante, per come riferito, appare il ruolo di Rampulla nel mantenere i rapporti tra la struttura centrale corleonese dell'organizzazione mafiosa e la famiglia di Barcellona, che come già detto non è legata direttamente alle strutture palermitane ma a quelle catanesi.

L’operazione Icaro ha già avuto una prima tappa di definizione giudiziaria, essendo già stato celebrato il giudizio abbreviato richiesto da diversi dei principali imputati, condannati a pene rilevanti (al Rampulla sono stati inflitti oltre sette anni di reclusione; a Salvatore Di Salvo oltre nove anni).
Lo sviluppo di attività imprenditoriali mafiose e l’espansione nel settore degli appalti pubblici, se pure rappresenta evidentemente la voce più rilevante dell’economia mafiosa della zona e forma così oggetto dell’attività di maggior rilevo delle cosche, non esclude certamente l’esercizio delle più tradizionali attività estorsive e di traffico di sostanze stupefacenti da parte delle mafie della zona tirrenica. Si pensi ad esempio a quanto riferito dal dott. Arcadi sul potere di imporre il “pizzo” in maniera generalizzata nel territorio di Tortorici: “Il principio generale che vige a Tortorici e dintorni e in larga parte della provincia è che il pizzo viene pagato da tutti. Parliamo di imprenditori e di lavori grandi, ma anche di imprenditori e di lavori piccoli e piccolissimi, ivi compresi quelli che per due giorni vanno ad installare la giostrina su cui girano i bambini in occasione della festa del patrono o della patrona. La regola generale che emerge dai processi è questa”.
Queste attività illecite, peraltro, sono tutte tipiche di quelle associazioni da decenni, come mostra il catalogo delle imputazioni del maxi-processo c.d. Mare Nostrum, procedimento risalente addirittura all’anno 1993 (anno di iscrizione dellanotitia criminis nel registro degli indagati tenuto dal pubblico ministero).
Sul processo Mare Nostrum, che rimane l’ultimo maxi-processo di mafia in Sicilia a non essere stato deciso, e che si avvia faticosamente ad una prossima conclusione in primo grado davanti alla Corte di Assise di Messina, è necessario aprire una dovuta parentesi, rappresentando un caso estremo nella gestione complessiva ed in particolar modo amministrativa del sistema giudiziario.
I dati oggetto dei successivi riferimenti si traggono dalle informazioni fornite alla Commissione dal presidente del Tribunale di Messina (con nota prot. 2497/05 2.1.6.Ris. del 29 giugno 2005) e dal procuratore distrettuale di Messina nel corso della sua audizione: il procedimento, come detto, è instaurato dal P.M. nel 1993 e perviene a due richieste di rinvio a giudizio per complessivi 581 imputati il 26 luglio ed il 16 novembre 1996; nel corso del 1997 si svolgono le udienze preliminari. La composizione del collegio appare ardua, in quanto la quasi totalità dei giudici messinesi appare incompatibile per aver esaminato gli atti quali componenti del tribunale del riesame. Vengono nominati come giudice a latere la dott.ssa Maria Pino e, con decreto di variazione tabellare urgente dell’8.10.98, presidente della Corte d’assise il dott. Giuseppe Pennisi (presidente di una sezione civile ed unico magistrato messinese ad avere la qualifica necessaria a presiedere e non incompatibile).
Sulla base della comunicazione del presidente del tribunale di Messina che, con nota del 26.10.98, segnalava che il dott. Pennisi aveva in passato sofferto di “crisi da stress emotivo”, il presidente della Corte di appello Petrigni nominava il dott. Antonello Maffa presidente aggiunto e la dott.ssa Daria Orlando giudice a latere aggiunto, per far fronte ad ogni eventuale indisponibilità.
Il 3 dicembre 1998 ha luogo la prima udienza del processo.
Puntualmente, e come “tra le righe” preconizzato dal presidente del tribunale, dalla data del 7.1.99 il presidente della Corte Pennisi richiede ed ottiene ripetuti e continui periodi di congedo straordinario per malattia, fino a chiedere il 14.12.99 il collocamento a riposo.
Nel frattempo, si svolge attorno al processo una straordinaria vicenda di mobilità: il dott. Maffa, presidente aggiunto della Corte d’assise (nominato proprio per provvedere alla eventuale indisponibilità del presidente titolare) viene applicato su sua richiesta dal Consiglio Superiore della Magistratura alla Corte di appello di Caltanissetta con delibera del 26.5.99 (e a decorrere dal 14.6.99), nonostante il fermo e documentato parere contrario dei presidenti della Corte d’Appello e del Tribunale di Messina e del Consiglio Giudiziario distrettuale.
Per ovviare a questa improvvisa vacanza nella direzione del processo, il C.S.M. dispone (con delibera del 24.6.99 e decorrenza dall’1.7.99) l’applicazione extradistrettuale a Messina della dott.ssa Antonina Sabatino, consigliere della Corte di Appello di Palermo, destinata alla presidenza della Corte d’Assise per il processo Mare Nostrum.
La circostanza che desta oggettivo sconcerto è che la dott.ssa Sabatino aveva concorso per il posto di Caltanissetta assegnato al dott. Maffa; la preferenza accordata a quest’ultimo, in contrasto ad elementari norme di buon andamento della pubblica amministrazione oltre che di buon senso (che avrebbero dovuto suggerire di lasciare il dott. Maffa a Messina e di assegnare la sede di Caltanissetta alla dott.ssa Sabatino, invece di provvedere a questo doppio cambio), ha comportato la lunghissima e dispendiosa rinnovazione del dibattimento.
Peraltro, la dott.ssa Sabatino – fino a quando è durata la sua applicazione e con la necessaria fattiva collaborazione del giudice a latere – ha imposto notevoli ritmi al dibattimento (come emerge dai dati comunicati dal presidente del Tribunale di Messina), di per sé assolutamente intricato e complicato dalle centinaia di testi e di imputati da esaminare nonché dall’atteggiamento spesso ostruzionistico delle difese, che più volte hanno deliberato astensioni dalle udienze penali coinvolgendo direttamente questo processo.
Infine, dopo la sostituzione dei due giudici a latere Pino e Orlando (coinvolte in gravidanze “a rischio”), il collegio si stabilizza con il trasferimento da altra sede di un nuovo presidente di sezione, con la previsione di nuovi giudici supplenti, con la realizzazione di una apposita aula-bunker esclusivamente per il processo e con la costituzione di un pool di pubblici ministeri tutti della procura distrettuale di Messina

(fatta eccezione per un magistrato della Procura di Barcellona, applicato al procedimento sin dal suo inizio ed escluso di recente per ragioni oggetto di specificazioni riservate fornite dal responsabile della D.D.A. messinese alla Commissione).

Se il nuovo corso del processo, dal marzo del 2004, fa ritenere possibile una definizione del primo grado di giudizio tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006, appare evidente come la vicenda sia stata oggetto di una gestione insopportabilmente burocratica ed incurante delle problematiche processuali dalle strutture locali e, di più, dall’organo di autogoverno della magistratura, che ha concorso a determinare il gravissimo ritardo nella definizione del processo, già di per sé oggettivamente difficile per il numero degli imputati che lo contraddistingue.

Tornando all’analisi dei traffici e delle attività illecite registrate nella zona, un elemento di assoluta novità segnalato dai responsabili della direzione distrettuale antimafia messinese e dal procuratore di Barcellona ed oggetto di ripetute richieste di chiarimento da parte dei componenti della Commissione riguarda il fenomeno dell’aumento consistente di fatti di reato “minori” (quali furti di limitata importanza, rapine ai danni di piccoli esercizi commerciali o supermercati o distributori di carburante, danneggiamenti e incendi ai danni di soggetti comuni), non ascrivibili per la loro natura alle aggregazioni mafiose e da riferire, dunque, a fenomeni di criminalità comune e di delinquenza giovanile.

Il dato di assoluta novità sta proprio nella verificazione e nel costante aumento di tali eventi, fino ad oggi impediti dai clan mafiosi (anche con interventi esemplari punitivi dei colpevoli) per una serie di motivi: per ribadire l’assoluto controllo del territorio ed il dominio delle attività illecite che ivi possono essere compiute; per selezionare adeguatamente, in termini di redditività, gli obiettivi dell’azione criminale; per evitare pericolosi interventi delle forze di polizia sul territorio, volti a frenare gli episodi di microcriminalità con indiretta ripercussione sulla possibilità di tranquillo agire degli associati.
L’analisi del fenomeno, come emerso dalle audizioni, è lungi dall’approdare a conclusioni sicure, anche se la conclusione probabilistica a cui si giunge è che le cosche permettano tali attività anche per dare sfogo ad una nuova generazione delinquenziale in formazione: tale conclusione peraltro ben si attaglia alla nuova visione della mafia tirrenica messinese come “mafia degli appalti e degli affari”.
Particolarmente interessante, in questo quadro, l’accertata presenza nel campo del traffico di stupefacenti, di aggregazioni ed associazioni di provenienza albanese, che operano sul territorio in accordo ovvero col beneplacito delle mafie locali e che hanno aperto nuovi canali di approvvigionamento di stupefacente (appunto l’Albania, per il tramite della Puglia: si pensi, in via esemplificativa, ai risultati della c.d. operazione Rio Rosso, che ha smantellato un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti costituita tra albanesi e situata nel milazzese).

8. La zona jonica

L’opinione consolidata fino a qualche tempo fa, riferita alla Commissione dalle autorità inquirenti e di polizia, era che il territorio della fascia jonica della provincia di Messina ed in particolare il territorio limitrofo ai centri di Taormina e Giardini Naxos non fosse sostanzialmente toccato dal fenomeno mafioso.
Si riteneva in sostanza che per le sue caratteristiche di zona a vocazione turistica la fascia jonica della provincia fosse stata mantenuta come una “zona franca”, tanto per sfruttarne con tranquillità le potenzialità economiche quanto per permettervi un sicuro rifugio di latitanti.
Questa presunzione appare da rimodulare a seguito degli esiti della c.d. operazione Wolf, le cui indagini sono state condotte dalla Polizia del capoluogo e del commissariato di Taormina e che ha portato a quasi cinquanta arresti nel gennaio del 2004.
L’indagine ha permesso di accertare la presenza ormai radicata sul territorio della famiglia mafiosa Cinturino di Calatabiano (paese immediatamente prossimo a Giardini Naxos ma già in provincia di Catania e legato alle strutture della mafia catanese), che appare collegata al clan catanese dei Cappello e che ha imposto il metodo mafioso in tutto il taorminese, dove ha gestito principalmente attività di spaccio di stupefacenti ed estorsioni.
Secondo un copione che tende ormai a ripetersi, è risultato dalle indagini che il reggente dell’associazione Antonino Cinturino, pur detenuto in espiazione della pena dell’ergastolo e sottoposto al regime speciale carcerario di cui all’art. 41-bis o. p., riusciva a comunicare attraverso i colloqui con i familiari le proprie direttive al suo braccio destro Rosario Lizzio.
Lizzio, anch’egli detenuto presso la Casa circondariale di Bologna, gestiva direttamente l’attività della cosca ricevendo le visite degli associati nella casa di un congiunto (a Loiano, nel bolognese) nel corso della fruizione di permessi premio.

9. Le infiltrazioni mafiose nell’attività amministrativa

La materia oggetto di indagine appare particolarmente sensibile e di grande attualità nel territorio della provincia di Messina, come testimoniano i riferimenti già compiuti ad ingerenze della criminalità organizzata nella assegnazione e nella gestione di appalti pubblici.
Il fenomeno afferisce poi all’infiltrazione delle organizzazioni mafiose negli enti pubblici locali, alle quali è stata dedicata buona parte delle attività della Commissione a Messina.

10. La mafia negli appalti

Il dato principale emerso nelle considerazioni già svolte in precedenza riguarda l’attuale struttura dell’economia della provincia di Messina, che appare caratterizzata da una fonte di ricchezza emergente in particolare dalle opere pubbliche: come detto, l’economia messinese appare attraversare un periodo di forte stagnazione, con il fallimento o il trasferimento di importanti attività industriali (si pensi, nel tradizionale settore della cantieristica navale, al fallimento della SMEB S.p.a., società che utilizzava in regime di concessione-contratto l’area industriale della c.d. “zona falcata” del porto di Messina, una delle principali zone attrezzate dell’intero meridione, sulla quale sono già stati accertati illeciti “appetiti”; o ancora si pensi alla società Rodriquez, il cui destino logistico ed industriale non è ancora stato chiarito); circostanza che fa residuare le commesse pubbliche come principale se non unica fonte di produzione di ricchezza.
Ciò ha determinato, da un lato, l’immediato interesse per gli appalti pubblici provinciali da parte delle mafie tradizionali (Cosa Nostra palermitana e catanese e ‘Ndrangheta); dall’altro lato ha comportato una reazione della criminalità locale, che ha tentato di difendere le proprie prerogative di territorialità cercando di imporsi con particolare virulenza.
Si pensi, ad esempio, alla più volte citata vicenda della società MessinAmbiente (oggetto delle indagini relative alla operazione Smalto), sulla quale si è riferito in termini sufficientemente ampi.
Ancora per ciò che attiene ad appalti pubblici di servizi emergono interessanti risultati di indagine per quel che concerne condizionamenti nelle procedure di assegnazione e gestione di appalti presso l’Università di Messina.
In particolare, è stato riferito delle verifiche compiute in più riprese sugli appalti per i servizi di pulizia del Policlinico Universitario messinese, che appaiono da sempre rappresentare un oggetto di diretto e forte interesse per le associazioni criminali che gravitano sulla città di Messina.
Già nell’ambito delle indagini sulle possibili causali dell’omicidio del prof. Matteo Bottari fu analizzato l’appalto bandito dall’Università il 18 agosto 1994 per i servizi di pulizia del Policlinico universitario messinese (per un importo di circa otto miliardi di lire per sei anni), poiché risultava una controversia tra le due uniche ditte partecipanti, ossia la società “Camassa” di Bari (già risultata aggiudicataria del servizio in precedenza) e la coop. “Ariete”.
Il dato di rilievo era rappresentato dalla circostanza che la coop. “Ariete” appariva diretta derivazione della società denominata “Mariva”, già oggetto di accertamenti alla fine degli anni ’80 in quanto riconducibile al boss Domenico Cavò e ad altri appartenenti alla criminalità organizzata; inoltre il rappresentante della coop. “Ariete”, tale Carmelo Marino, è risultato aver alterato l’intera documentazione amministrativa ed i dati contabili per dimostrare l’esistenza dei requisiti richiesti per la partecipazione all’appalto, senza peraltro riuscire ad ottenerne l’aggiudicazione proprio a causa del contenzioso con la “Camassa”.
Il Marino (già indagato ed imputato per il reato di cui all'art. 416 bis c.p., in relazione ad altri procedimenti sempre relativi al settore degli appalti di servizi nella p.a.) è risultato dalle indagini in contatto con tale Giuseppe Pansino, rappresentante a Messina della ditta “Solapuma” di Napoli, aggiudicataria di parte del servizio di pulizia in seguito all’annullamento dell’originaria gara di appalto. Pansino risulta uno strumento della criminalità organizzata locale nella gestione concreta degli appalti, nell’ambito della quale egli funge da collettore di tangenti e da referente per le assunzioni (perlopiù fittizie) di associati; è risultato in contatto con boss e pregiudicati quali Giuseppe Puccio Gatto, Stellario Pagliaro e Natale Ragusa. È risultato avere svolto il ruolo di supervisore a Messina per la ditta “Samir” (anche questa aggiudicataria in passato dell’appalto per le pulizie del Policlinico) e altro ruolo di referente per la società “Oscar Bril”, aggiudicataria temporanea del servizio nel corso del 2001.
In quest’ultima veste egli è stato coinvolto nelle indagini relative alla c.d. operazione Albachiara, risultando il punto di contatto tra la società aggiudicataria dell’appalto e la cosca mafiosa capeggiata da Giacomo Spartà (per tali fatti risulta tuttora imputato davanti al Tribunale di Messina).
Medesimo interesse risulta emergere, da parte delle cosche locali, agli altri appalti per i servizi di pulizia presso gli istituti universitari (plesso centrale e facoltà di Scienze, Lettere, Economia ed altre): gli esiti delle indagini riferite dal procuratore distrettuale confermano da un lato l’esistenza di accordi tra una serie di ditte interessate, che procedono concordemente ad una sorta di ripartizione degli appalti attraverso un meccanismo di rinunce e di esclusioni a seguito di presentazione di documentazione irregolare; segnalano anche il coinvolgimento diretto di interessi mafiosi, come emerge da informative della D.I.A. (anno 1999) relative alla ditta “Pulizie Joniche” di Praticò Maria, il cui gestore Zaccuri Angelo risulterebbe legato ad esponenti dei clan della ‘Ndrangheta ionica di Reggio Calabria, Iamonte e Strangio. Il meccanismo utilizzato da questa ditta rappresenta peraltro uno strumento assai ricorrente nell’analisi degli appalti con infiltrazione mafiosa, ossia quello della costituzione di un’A.T.I. con diversa società per evitare controlli e rischi di esclusione per il sospetto di infiltrazioni mafiose ovvero per mancanza della certificazione antimafia.
Altra impresa oggetto di attenzioni investigative nel medesimo ambito di attività è risultata la “Meridionalservice”, assegnataria dal 2001 dei servizi di pulizia presso la Facoltà di Farmacia ed altri istituti, e rappresentata da tale Giordano Antonino, personaggio in contatto con diversi soggetti associati o collegati ai clan Galli e Spartà.
Il dato di valutazione conclusivo è che tale tipo di appalto appare assolutamente permeabile agli interessi mafiosi messinesi, grazie anche all’uso di strutture imprenditoriali controllate dalle cosche ovvero alla interessata complicità di imprese legali. L’interesse delle organizzazioni mafiose appare poi duplice: un primo vantaggio è diretto, ossia relativo all’arricchimento derivante dagli introiti dell’appalto o delle percentuali consegnate dalle ditte complici; un secondo vantaggio è indiretto e relativo alla circostanza (giudizialmente accertata e confermata da attività di intercettazione e da dichiarazioni di collaboratori di Giustizia) che nelle aziende aggiudicatrici degli appalti citati risulta assunta una pletora di persone in stretti rapporti di amicizia e/o parentela (mogli, figlie, sorelle) con appartenenti alla criminalità organizzata, come risulta dagli elenchi del personale dipendente delle singole ditte.
Da acquisizioni processuali risulta anche che vi sarebbe attualmente una sorta di spartizione dei posti, effettuata a tavolino, tra gli esponenti dei principali gruppi criminali cittadini, tra i quali Carmelo Ventura, Giuseppe Gatto e Giacomo Spartà (come è emerso proprio nell’ambito delle operazioni Smalto e Albachiara).


Per quanto riguarda gli appalti di lavori pubblici, il quadro appare chiarito dalle risultanze della citata operazione Omega, nella quale sono state indagate ben 55 gare di appalto (di cui 39 nella provincia di Messina e 16 in altre province della Sicilia) e che ha portato all’emissione nel luglio del 2003 di 17 ordinanze cautelari nei confronti di appartenenti alla famiglia mafiosa di Barcellona e di imprenditori per i reati di associazione per delinquere di tipo mafioso, turbativa d’asta e corruzione.

Il sistema emerso riguarda il settore degli appalti pubblici nell’intera regione, al quale Cosa Nostra appare partecipare con imprese direttamente collegate, grazie alla connivenza di imprenditori che sfruttano il potere mafioso per imporsi sulle ditte concorrenti.

Detto sistema prevede non soltanto la partecipazione diretta alla gara e l’uso di accordi ed illeciti accorgimenti per permettere l’aggiudicazione formalmente lecita ma anche (mediante altre imprese controllate) l’imposizione di forniture di materiale e di servizi in genere, con la creazione di quello che il dott. Croce ha definito “un regime di monopolio forzato” nei comuni della fascia tirrenica della provincia.
Dal punto di vista strettamente operativo, è risultato che il meccanismo utilizzato fosse particolarmente raffinato e si basasse su una guida e direzione unitaria, nella specie assicurata dal boss barcellonese Sem Di Salvo, che dirigeva l’iter parallelo a quello legale-amministrativo per l’assegnazione degli appalti e manteneva i collegamenti con le imprese di province diverse (Palermo, Catania, Agrigento e Caltanissetta), con le quali è stata concordata una vera e propria spartizione territoriale oltre che un vero e proprio “scambio di appalti”, attraverso il quale si permette di far variare alle imprese coinvolte il campo territoriale di azione (anche con l’effetto di diminuire le attenzioni investigative, evidentemente maggiori per imprese che si aggiudicano ripetutamente appalti sul medesimo territorio).

L’impresa mafiosa riesce a partecipare alla gara molto spesso costituendo associazioni temporanee d’imprese o consorzi con altre ditte dotate dei necessari requisiti tecnici (nonché della richiesta certificazione antimafia) e che si prestano o sono costrette a rappresentare la facciata “pulita” dell’operazione.
L’aggiudicazione avviene invece (quando non si riesce ad operare dall’interno della amministrazione pubblica, predisponendo bandi “preconfezionati” per le caratteristiche specifiche dell’impresa da favorire) attraverso la selezione delle imprese – tanto quella già designata per l’aggiudicazione quanto quelle che intervengono “in appoggio”, con la presentazione di offerte prestabilite – e la realizzazione di un sistema di ribassi tanto antieconomici da determinare l’aggiudicazione all’impresa scelta preventivamente.
Sul sistema d’infiltrazione accertato il dott. Croce ha riferito alla Commissione che “si interviene sulla predisposizione dei bandi, sulle cosiddette buste di appoggio e attraverso la scelta dell’impresa predestinata. Abbiamo avuto un esempio classico nel processo riguardante la costruzione del campo di calcio a Messina: in quel periodo monitoravamo una ditta catanese con diramazioni a Messina, che si occupava di appalti e che noi controllavamo per un appalto allo stadio; ad un certo punto, in una intercettazione ambientale si è accertato che ricevevano la visita di alcuni imprenditori barcellonesi che chiedevano la busta di appoggio per una determinata gara di appalto. Si è scoperto che in Sicilia girano tra le varie imprese le richieste per ottenere le famose buste d’appoggio che devono solo essere presentate per creare il meccanismo. I colleghi di Catania, ai quali eravamo collegati in un’indagine (si tratta proprio dell’operazione “Omega”), hanno scoperto in casa di un soggetto perquisito un computer nel quale era contenuto un programma che riusciva addirittura a fissare i criteri dell’offerta attraverso le varie aliquote (…) dallo 0,01 allo 0,025 e si crea una sorta di tabulato che consente di individuare il punto preciso in cui collocare l’impresa che deve assumere l’appalto. Nei casi in cui le imprese non possono partecipare perché hanno problemi di certificato antimafia, sono frequenti le famose associazioni di impresa, i consorzi di impresa, che servono a scavalcare tutte le premesse per entrare nell’appalto pubblico”.
Che il metodo di infiltrazione mafiosa negli appalti passi dall’apparente regolarità formale della procedura è peraltro confermato, indirettamente, da quanto dichiarato alla Commissione dal presidente della Provincia, Leonardi, il quale così si è espresso su quello che egli stesso ha definito “il nodo degli appalti”: “Anche se, a volte, qualcosa non mi convince, però mai ho avuto la sensazione che questo fatto anomalo fosse determinato da condizionamenti mafiosi e così via. Per quanto riguarda le due istituzioni che in questo momento conosco meglio, certamente no. Certo, mi sorprende non poco il fatto che gran parte degli appalti venga aggiudicata ad imprese del catanese, del trapanese e così via, ma se la regolarità formale è quella, io non posso fare altro, insomma. Questo dato c’è”.
Nella provincia tirrenica emerge, inoltre, lo stesso interesse per gli appalti di servizi, ed in particolare per il servizio di smaltimento dei rifiuti, già verificato nel capoluogo.

È stato infatti accennato alla c.d. operazione Gabbiani, portata a termine dalla D.D.A. messinese (con arresti e otto richieste di rinvio a giudizio, ed il cui processo è in corso di celebrazione in primo grado davanti al Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto) e relativa alla gestione senza il rispetto di minime regole amministrative del servizio di smaltimento dei rifiuti a Barcellona da parte della cooperativa “Libertà e Lavoro” presieduta dal soggetto centrale nell’indagine, Andrea Aragona.

Le verifiche investigative hanno permesso di verificare che la cooperativa espletava un servizio quasi trentennale, senza che sostanzialmente si fosse seguita alcuna procedura di evidenza pubblica e con un potere di condizionamento della vita pubblica di carattere assolutamente mafioso.
La dott.ssa Raffa, magistrato della D.D.A. delegato per le indagini, ha ricostruito davanti alla Commissione alcuni passaggi particolarmente inquietanti della vicenda, che si inquadra in un clima di diffusa intimidazione di amministratori pubblici:
“Le indagini che riguardano la gestione del servizio dei rifiuti da parte della cooperativa “Libertà e lavoro” del comune di Barcellona sono scaturite da episodi di intimidazione che hanno visto come vittime alcuni pubblici amministratori. In particolare, ricordo l’assessore alla sanità ed il sindaco e credo si sia trattato della ricezione di buste con proiettili. Gli episodi sono stati in rapida successione, come spesso capita a Barcellona, dove in pochissimo tempo si concentrano parecchi episodi di questo tipo (danneggiamenti ed altro) per poi seguire un periodo di latenza.

Presidente: A quale anno risalgono questi episodi di intimidazione?

Raffa: Risalgono all’estate del 2003. Da lì è scaturita questa indagine di tipo tecnico cui poi è seguita una monumentale acquisizione documentale. È stata monumentale perché, in realtà, la gestione da parte della cooperativa non è decennale ma pressocchè trentennale. La cooperativa “Libertà e lavoro” ha gestito questo servizio come un affare privato, passando trasversalmente attraverso vari sindaci, commissari straordinari (…) e funzionari pubblici. (…) La vicenda è ancora più complessa poiché complesse questioni amministrative sono state prospettate, anche prima dell’indagine penale, poiché il comune, che finalmente cominciava a resistere a queste pressioni, è stato portato in giudizio davanti al giudice amministrativo più volte, perché si svolgeva parallelamente un’azione di minaccia a tavolino e un’azione di intimidazione, che aveva anche degli agganci di tipo legale”.
La vicenda presenta poi dei risvolti di particolare intensità e drammaticità nei rapporti tra mafia e istituzioni pubbliche a Barcellona se si pensa alla circostanza, ricordata dalla dottoressa Raffa nel corso della sua audizione, di un intervento intimidatorio diretto dell’Aragona nei confronti del vicesindaco della città per allontanare un funzionario scomodo, nonché per i rapporti di due importanti imputati, Luigi La Rosa (peraltro, già assessore comunale a Barcellona) e Pietro Arnò (ex presidente della locale squadra calcistica, l’Igea Virtus), con la locale sezione dell’A.I.A.S., di cui il primo è presidente ed il secondo direttore amministrativo: si pensi infatti alla circostanza che varie e gravi sono state in passato le inchieste sull’A.I.A.S. barcellonese, fino a quella che ha visto coinvolto – sebbene assolto con sentenza definitiva – il suo ex presidente Mostaccio quale mandante dell’omicidio del giornalista Alfano, reo di essersi interessato con diversi articoli di denuncia all’irregolare gestione dell’associazione.

11. La mafia negli enti locali

I condizionamenti e le infiltrazioni negli enti locali rappresentano l’altra faccia della medaglia della presenza della mafia nella vita amministrativa.
I responsabili dell’ordine e della sicurezza, nonché quelli della Giustizia, hanno riferito di una particolare attenzione dedicata alla questione, salvo poi ammettere che soltanto in una occasione si è arrivati in passato allo scioglimento del Consiglio comunale, e per il coinvolgimento di pubblici amministratori in vicende di Tangentopoli (così ha riferito il dott. Croce, con riferimento al comune di Piraino).
È stato riferito poi che alcune attività di accertamento si sono già concluse con archiviazioni (quelle riguardanti i comuni di Capo d’Orlando, di Milazzo e delle Isole Eolie) mentre altre sono tuttora in corso.

In particolare, è stata oggetto di ampia discussione la verifica al comune di Terme Vigliatore che, insieme ai comuni di Alcara Li Fusi e Mazzarrà Sant’Andrea, è stato oggetto di segnalazioni da parte delle forze dell’ordine alla procura distrettuale e da parte di questa al prefetto, che ha il potere per legge di disporre una commissione di accesso e verifica (che risulta effettuata con esito negativo per Alcara, come comunicato dal prefetto in occasione della sua audizione).
Uno degli elementi particolarmente sottolineati in relazione alla situazione di Terme Vigliatore riguarda il ritrovamento nell’automobile del boss della zona Tramontana, in occasione del suo efferato omicidio, di un cospicuo numero di volantini elettorali del sindaco allora in carica, che partecipava alle elezioni al Parlamento nazionale.


Gli esiti dell’accesso disposto dal prefetto, comunicati alla Commissione, se sono apparsi relativi sostanzialmente e direttamente alle passate amministrazioni comunali, hanno permesso tuttavia di verificare il continuo contatto ed intreccio di persone ed interessi, che appare conseguenza quasi naturale del limitato contesto geografico in cui ci si muove.

I risultati di tale accesso ispettivo hanno avuto una conclusione amministrativa nel decreto del Presidente della Repubblica che, in data 23 dicembre 2005, ha disposto lo scioglimento del consiglio comunale di Terme Vigliatore, ai sensi dell’art. 143 del d. l.vo 267 del 2000, per accertati condizionamenti da parte della criminalità organizzata.

La relazione del Ministro dell’Interno al Presidente della Repubblica fissa in maniera chiara i campi di ingerenza della criminalità organizzata locale sugli organi di amministrazione comunale: gli appalti pubblici, la tutela del territorio, l’erogazione di contributi sociali e il settore edilizio.

Peraltro, gli accertamenti hanno posto in luce - come sottolineato dal Ministro - la contestuale esistenza di una duplice rete di rapporti: da un lato la frequentazione di amministratori e dipendenti comunali con soggetti gravitanti nell’ambito della criminalità organizzata; dall’altro, una serie di cointeressenze, legami e relazioni, anche di tipo familiare, tra amministratori e tra costoro ed imprenditori contigui ad ambienti mafiosi, che perseguono (attraverso atti di "gestione amministrativa fortemente caratterizzata da irregolarità, incongruenze ed anomalie" come testualmente afferma la relazione ministeriale) illeciti o illegittimi scopi comuni.

Particolare rilevo, tra le vicende oggetto di verifica amministrativa, deve essere attribuito agli illeciti accertati in materia di stoccaggio dei rifiuti e di gestione della rete fognaria (come più volte sottolineato, la materia dei rifiuti è oggetto di particolari interessi economici da parte delle associazioni mafiose della provincia messinese) ed alla grottesca vicenda dei contributi e sussidi sociali attribuiti con inusuale solerzia, e con procedure illegittime o anomale, a soggetti organici alle cosche locali (tra i quali anche familiari del boss Tramontana).

Per altro verso, devono registrarsi le dichiarazioni del dott. Croce, il quale ha comunicato che sono in corso accertamenti in ordine ai fatti denunciati nell’esposto di Ragusa ed altri (sopra ampiamente citato) relativo ad infiltrazioni nel consiglio comunale di Messina, mentre non vanno sottaciuti gli elementi polemici derivanti dalla discussione della situazione amministrativa della città di Barcellona Pozzo di Gotto.

Infatti, a fronte di numerose e reiterate vicende che avrebbero potuto suonare come campanello d’allarme per le autorità (danneggiamenti ed incendi ai danni di beni di amministratori; intimidazioni dirette con invio di proiettili; arresti di membri della giunta e del consiglio comunale, come or ora riferito in relazione alla c.d. operazione Gabbiani), non è stata scelta per quel comune la via dell’accesso ispettivo: tale scelta è stata giustificata dal prefetto con la diversità della struttura amministrativa barcellonese, che ha tra l’altro concluso con la prefettura protocolli di legalità; con la riferita particolarità degli episodi di ritenuto interesse; facendo altresì riferimento ad un asserito parere reso dal procuratore distrettuale in sede di comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza in ordine alla assenza dei requisiti sostanziali per l’accesso.

Il procuratore Croce ha affermato di aver espresso alcune considerazioni informali e ha anticipato delle considerazioni scritte nella competente sede.

Il dott. Croce ha altresì accennato ad alcuni elementi generali desumibili dagli accertamenti finora svolti (cfr. relazione sull’andamento della criminalità nella provincia, trasmessa il 9.6.05), ossia:

  • “che oggetto di particolare interesse per le organizzazioni mafiose sono le Amministrazioni Comunali, nelle quali riescono più facilmente ad inserirsi;

  • che lo strumento attraverso cui avviene il condizionamento o le infiltrazioni nell'ente locale è il voto di scambio, la tangente, l'intimidazione;

  • oggetto di interesse delle organizzazioni criminali sono gli appalti dei lavori pubblici, dei pubblici servizi (specie la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani), i piani regolatori”.

I risultati della operazione Omega (tutti gli appalti monitorati erano stati banditi da amministrazioni comunali; uno degli imprenditori indagati, Mario Aquilia, era monopolista di fatto degli appalti del comune di Alcara Li Fusi) confermano del tutto tali affermazioni.

Infine, dato di recente acquisizione (grazie alla citata indagine Wolf) è quello del tentativo di infiltrazione mafiosa nelle strutture amministrative della fascia jonica della provincia: le indagini hanno permesso di verificare che la famiglia mafiosa “Cinturino” aveva fornito sostegno elettorale all’associazione “Grillo Diego” nelle ultime consultazioni amministrative al comune di Gaggi, in cambio di favori che la futura amministrazione comunale avrebbe dovuto rendere alla cosca.

12. Il ponte sullo Stretto di Messina

Particolare attenzione è stata dedicata dalla Commissione ai controlli ed alle verifiche effettuati nei confronti della già progettata realizzazione di una delle maggiori opere infrastrutturali del Paese, ossia il ponte sullo Stretto di Messina, entrata proprio nei tempi recenti nella fase esecutiva con l’assegnazione dell’appalto ad un general contractor (la società “Impregilo”).

È del tutto evidente e non necessita di particolari spiegazioni la circostanza che un’opera così imponente e costosa, che determinerà un flusso di capitali pubblici calcolato nell’ordine di diversi miliardi di euro, non può non rappresentare un obiettivo strategico delle mafie tradizionali, rappresentando una fonte di enorme profitto tanto per ciò che attiene l’esecuzione dell’opera in sé (comprendendovi gli atti preliminari ed in particolare gli espropri necessari alla realizzazione di tutte le opere nonché tutte le attività che saranno oggetto di subappalti e forme similari) quanto per la ricchezza che indirettamente muoverà (si pensi alla gestione del mercato del lavoro connesso all’opera, alla necessità di creare infrastrutture temporanee per lo stoccaggio dei materiali, alla necessità di assicurare la logistica per uffici ed alloggi, etc.) e diventando obiettivo irrinunciabile per la criminalità organizzata.

Alla luce, poi, delle recenti informazioni provenienti dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma – che ha segnalato l’applicazione di misure cautelari custodiali nel procedimento nei confronti di Rizzuto Vito + 4, relativo proprio a tentativi di infiltrazioni della mafia italo-canadese nel meccanismo di aggiudicazione dell’appalto, con una affermata disponibilità di capitali per ben cinque miliardi di euro (c.d. op. Brooklyn) – appare confortante la valutazione prognostica della difficoltà di inserimento nelle procedure suddette per l'imponenza e l’accentuata tecnicità dell’opera (giudizio formulato dal procuratore distrettuale della Repubblica di Messina nella sua relazione sull’analisi e sull’andamento del fenomeno mafioso, già citata).

Gli eventi comunicati dall’A.G. romana inducono tuttavia ad alzare il livello di soglia delle attenzioni e dei controlli istituzionali.

Peraltro, agli accertamenti della procura romana devono aggiungersi le indagini compiute dalla procura di Monza (incidentalmente relative alla aggiudicazione della gara per la scelta del general contractor da parte della “Impregilo”) e le valutazioni contenute nella relazione della D.I.A. al Parlamento per il primo semestre 2005 (che segnala il vivissimo interesse delle associazioni mafiose calabresi e siciliane per l’opera), entrambe oggetto di recenti pubblicazioni nelle cronache giornalistiche.

In verità, il sistema dei controlli appare già attivato.

Infatti, il procuratore Croce ha dato atto che, già in data 5 novembre 2002, è stata organizzata presso la Direzione Nazionale Antimafia una riunione di coordinamento delle D.D.A. di Messina e Reggio Calabria, allo scopo di elaborare linee di intervento investigativo utili sia ad immediati fini processuali che alla raccolta di elementi conoscitivi funzionali alla prevenzione dello specifico rischio criminale relativo alla realizzazione delle opere infrastrutturali e degli insediamenti connessi. A questa iniziativa è seguita quella (in data 12 novembre 2002) della D.D.A. messinese di delegare il Questore di Messina al compimento, con l'impiego di apposito personale qualificato, di tutte le verifiche necessarie in ordine alle attività preparatorie alla realizzazione dell’opera, che ha determinato l’istituzione del già ricordato ufficio SIPOS ossia “Sezione Intelligence Ponte sullo Stretto”: detto ufficio ha già presentato, come riferito in sede di audizione, informative preliminari recanti l’esito delle verifiche compiute su proprietà immobiliari oggetto di future espropriazioni ed imprese ipoteticamente coinvolte nei lavori di ausilio o contorno.

Il prefetto di Messina, dal canto suo, ha comunicato alla Commissione che (con decreto prefettizio 11 settembre 2003) è stato costituito il “Gruppo interforze per il monitoraggio delle grandi opere infrastrutturali”, previsto dal decreto del Ministro dell’interno, in attuazione dell'art. 15 del D. Lgs. 190/2003.

Anche l’attività di quest’organo è stata indirizzata al monitoraggio delle procedure di realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, attribuendo rilevanza ai dati ed alle informazioni attinenti:

  • alle aree territoriali impegnate dalla realizzazione delle infrastrutture e degli insediamenti produttivi, inseriti nel programma di cui all’art. l, comma 1, della legge n. 443 del 2001, come indicate negli elaborati progettuali;

  • alla tipologia dei lavori e alla qualificazione delle imprese esecutrici e di quelle comunque interessate al ciclo dei lavori;

  • alle procedure di affidamento delle opere al concessionario e/o al contraente generale e ai successivi affidamenti e subaffidamenti ad imprese terze;

  • agli assetti societari relativi al concessionario ed al contraente generale nonché ai terzi a qualunque titolo affidatari e subaffidatari, alla evoluzione di tali assetti nel corso della realizzazione dell’opera;

  • alle rilevazioni effettuate presso i cantieri, in particolare sulle imprese, sul personale e sui mezzi impiegati.

Al riguardo, come risulta dalla relazione prefettizia sullo stato della criminalità organizzata nella provincia, “il Gruppo Interforze ha cominciato ad operare con riferimento alle aree territoriali interessate dagli espropri o dai cantieri e delle imprese operanti nel settore imprenditoriali inerenti i lavori per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina. A tal fine, la locale Sezione Operativa della DIA ha provveduto ad acquisire gli elaborati progettuali ed il piano particellare d'esproprio; la Polizia di Stato ha curato la predisposizione dell'elenco delle ditte iscritte presso la CCIAA di Messina che operano nel settore del "movimento terra" e l'Ufficio del Genio Civile a competenza statale ha fatto analogamente per le Ditte certificate S.O.A.. L'Ispettorato Provinciale del Lavoro, dal canto suo, ha integrato la base informativa così costituita, fornendo notizie in merito alle proprie risultanze ispettive in materia di regolarità contributiva, assicurativa e del rispetto delle norme sulla sicurezza nei cantieri. L'elenco delle ditte potenzialmente interessate ai lavori, così aggiornato ed attualizzato, è stato assegnato alle Forza di Polizia per l'espletamento delle necessarie verifiche antimafia e di quelle connesse agli assetti societari e proprietari. La locale sezione del Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche, invece, ha provveduto, in raccordo con l'Agenzia del Territorio, a verificare l'attualità delle risultanze catastali riportate nel piano particellare d'esproprio evidenziando, altresì, il ricorrere di consistenti acquisizioni di terreni operate negli anni più recenti”. I dati così rilevati sono stati e sono oggetto di raccolta e verifica incrociata attraverso un database relazionale realizzato dalla struttura informatica della Prefettura di Messina.

Lascia perplessi, infine, quanto affermato dal dott. Croce che ha dichiarato che, dopo la prima riunione di coordinamento presso la D.N.A. delle procure distrettuali antimafia di Reggio Calabria e Messina, si sia sostanzialmente interrotto il contatto (e dunque il flusso e lo scambio informativo) tra le due procure, che stanno agendo in maniera autonoma. Palese, infatti, sarebbe l’utilità dell’azione congiunta di prevenzione ed analisi del fenomeno che, con tutta certezza, desta l’interesse delle organizzazioni mafiose di entrambi i versanti dello Stretto.

Appare invece importante sottolineare come vi sia stata una corretta informazione da parte della D.D.A. di Roma che, nello svolgimento delle indagini relative al procedimento citato contro Rizzuto ed altri e prima dell’applicazione delle misure cautelari, ha dato tempestiva notizia delle indagini e dei suoi sviluppi processuali alla D.D.A. messinese.

13. L’attività di aggressione ai patrimoni mafiosi

Per terminare il quadro dell’analisi dei dati assunti dalla Commissione sul fenomeno mafioso nella provincia di Messina e in special modo del programma di contrasto a tale fenomeno, appare necessario porre attenzione alla maniera in cui si è tentata l’aggressione alle ricchezze accumulate dalle associazioni mafiose locali.

Infatti, l’esperienza maturata nel corso degli ultimi anni nelle zone a più alta densità mafiosa (Sicilia, Calabria, Campania, Puglia) permette di affermare in maniera del tutto incontroversa che uno degli strumenti più efficaci nel contrasto alle mafie si rinviene nella normativa in tema di misure di prevenzione patrimoniali, che permette di colpire la criminalità organizzata di tipo mafioso dal lato degli interessi economico-patrimoniali, quelli preminenti ed oggetto di maggiori cure da parte delle consorterie criminali.

Peraltro, come è noto, la materia ha in Italia una disciplina del tutto peculiare (in buona sostanza, un unicum in Europa), che permette l’emissione di provvedimenti cautelari e poi ablativi del patrimonio al di là e al di fuori del processo, sulla base di un quadro indiziario di grado inferiore a quello richiesto dal codice di procedura penale per la rilevanza processuale degli elementi di prova.

Lo strumento delle misure di prevenzione patrimoniali permette allora di avere un’arma efficace e flessibile, tale da colpire la mafia nella sua parte più sensibile e grazie alla quale può autoalimentarsi.

A fronte di questa premessa, la Commissione ha potuto verificare come lo strumento indicato sia poco azionato nel territorio della provincia messinese, con giustificazioni non sempre convincenti da parte delle autorità competenti.

Elemento di indubbia oggettiva difficoltà risiede nella circostanza, sottolineata dal dott. Croce, che nella vigenza del sistema attuale – che prevede la competenza del procuratore della Repubblica del luogo di residenza del proposto – finiscono per essere coinvolti nelle scelte che riguardano l’azione di prevenzione tutti e quattro i procuratori del Distretto di Corte d’Appello di Messina, anche nell’ipotesi di proposte riguardanti soggetti indagati per fatti di mafia (sottoposti invece in fase di indagine penale alla esclusiva competenza della D.D.A. messinese).

Questo comporta, com’è evidente, enormi problemi di coordinamento, atteso che spesso i principali dati indiziari di valutazione sono posseduti da un ufficio (la procura distrettuale di Messina), che materialmente non procede alla presentazione della proposta (nei casi di soggetti residenti nei circondari delle tre altre procure della provincia).

Tale situazione appare migliorabile in prospettiva, poiché con il d.d.l. n. 5362 del 2004 (attualmente in discussione alle Camere e già oggetto di approfondito esame da parte della Commissione, che ha espresso a maggioranza un parere largamente favorevole sul testo del progetto di riforma) il Governo ha inteso proporre uno schema di delega per il riordino complessivo della materia della gestione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati alle “organizzazioni criminali”, che prevede anche l’estensione del potere di azione di prevenzione in capo al procuratore distrettuale antimafia.

Tuttavia, allo stato, deve prendersi atto della sostanziale mancanza di apporto collaborativo da parte delle procure di Barcellona, Mistretta e Patti, che hanno avanzato ben poche richieste di sequestro di prevenzione, se non addirittura nessuna (come ha riferito il dott. Saieva, procuratore della Repubblica di Patti).

D’altro canto, risulta dalle acquisizioni della Commissione che la D.D.A. di Messina abbia sollecitato alle altre procure le necessarie iniziative di prevenzione patrimoniale, che hanno portato infatti alla recente richiesta di sequestro, accolta dal Tribunale di Messina, di beni patrimoniali di indagati delle operazioni Omega/Icaro, tra i quali Salvatore Di Salvo ed alcuni imprenditori coinvolti nella gestione illecita degli appalti oggetto delle indagini.

I dottori Croce e Scalia hanno poi fornito un quadro abbastanza preciso delle attività compiute dalla procura distrettuale (ed in particolare dal pool specializzato in materia di reati economici, al quale è stata attribuita competenza per le misure patrimoniali), segnalando in particolare come sia stata attribuita preferenza alle richieste di sequestro avanzate ex art. 12-sexies legge 356/92, che permette di azionare (con presupposti tipici della normativa di prevenzione) lo strumento del sequestro preventivo, con una serie di indubbi vantaggi: la contestualità (tendenziale) con l’applicazione di misure cautelari personali; l’utilizzo diretto degli indizi raccolti in sede di indagini preliminari; la possibilità di efficacia extraterritoriale del provvedimento definitivo di confisca, emesso all’esito del dibattimento (e che rispetta così i requisiti normativi processuali usualmente richiesti dalle legislazioni europee).

Il dato più appariscente, tuttavia, appare quello squisitamente numerico, soprattutto con riferimento alla proiezione al passato. Infatti è stato segnalato come la D.D.A. messinese abbia formulato dal 2000 al 30 aprile 2005 ventotto richieste di misure di prevenzione patrimoniali, a fronte di un dato fino al 1998 di sole due richieste complessive, a conferma della considerazione di uno scarso apparato di contrasto alla criminalità mafiosa negli anni passati.

Esemplificativamente sono stati segnalati alcuni casi di confisca già disposta dal Tribunale e mette conto riportare tale elenco, trattandosi di provvedimenti che hanno riguardato personaggi di spicco della criminalità organizzata della provincia: il patrimonio del boss Luigi Sparacio, comprendente imprese commerciali, quote societarie, immobili ed autovetture (tra le quali una Ferrari); quello del boss barcellonese Giuseppe Gullotti (imprese, denaro e terreni); quelli, imponenti, dei più volte citati Michelangelo Alfano (terreni, immobili, aziende, autovetture, denaro e titoli) e Santo Sfameni (quasi un centinaio di immobili, beni mobili, rapporti bancari e quote societarie); quelli dei pregiudicati Lorenzo Ingemi (imprese, immobili, veicoli, partecipazioni societarie), Alessandro Cutè (appartamenti e autovetture) e Letterio Sollima (immobili), tutti associati a cosche mafiose messinesi; infine, il provvedimento ablativo che ha riguardato un immobile del prof. Giuseppe Longo, già coinvolto nell’omicidio Bottari e nel processo Panta Rei.

Appare opportuno concludere evidenziando due dati di notevole allarme, segnalati con viva preoccupazione: il primo riguarda le difficoltà operative connesse al limitato numero di operatori di polizia giudiziaria assegnati stabilmente alle complesse indagini di prevenzione, dato segnalato da tutti i procuratori del distretto; il secondo riguarda gli ostacoli frapposti alla conoscenza del fenomeno dal sistema bancario, che fornisce le necessarie informazioni sui conti correnti e sui relativi movimenti con insopportabile lentezza e nell’ambito del quale appare sostanzialmente non funzionante la regola delle segnalazioni delle c.d. “operazioni sospette” da parte dell’U.I.C..

14. Conclusioni

All’esito delle note che precedono e che compendiano i dati informativi acquisiti in relazione allo stato del fenomeno mafioso nella provincia di Messina, si possono trarre alcuni sintetici tratti conclusivi, che riguardano tanto l’analisi del fenomeno in sé quanto la prospettiva di contrasto futuro.

Appare evidente come il fenomeno mafioso nella provincia di Messina abbia approfittato di un lungo periodo di inerzia, almeno parziale, ovvero di concreta inefficacia degli apparati statali di contrasto, per gettare le basi di una solida costruzione organizzativa.

Questo è il dato che deve desumersi dall’accertamento di una penetrazione mafiosa che riguarda ormai tutto il territorio provinciale, dal tirreno allo jonio, passando per il capoluogo.

Le associazioni mafiose appaiono stabili e salde, anche quelle che nel passato avevano subito i colpi più gravi (si pensi alle bande messinesi, decimate da faide e collaborazioni con la Giustizia; si pensi altresì alla mafia tirrenica, devastata all’epoca dagli effetti cautelari dell’operazione Mare Nostrum).

Esse si sono riorganizzate e dedicate all’incremento ed alla diversificazione dei propri affari.

Un segnale d’allarme della avvenuta sofisticazione degli obiettivi mafiosi della provincia si trae dal sempre maggiore inserimento delle cosche nei meccanismi amministrativi di ogni genere; un segnale che suona oggi assai più forte nella prospettiva della realizzazione della monumentale opera del ponte sullo Stretto di Messina.

Ugualmente, deve preoccupare l’accertata circostanza della centralità che ha assunto la provincia per tutte le organizzazioni criminali limitrofe – ‘Ndrangheta e Cosa Nostra – che mantengono e rinsaldano i propri legami con il territorio.

L’azione di contrasto appare avere, ad ogni modo, seguito un trend evolutivo piuttosto che involutivo, semplicemente desumibile dal numero e dalla rilevanza delle operazioni antimafia portate a termine e tuttora in itinere, delle quali è stata fornita ampia informazione alla Commissione.

E dunque, a fronte di un efficace attuale quadro di risposta dello Stato, che vede oggi un ben organizzato ufficio di procura distrettuale a coordinare l’attività continua degli organi di polizia, con risultati finalmente costanti e tangibili (non solo in fase investigativa e cautelare ma anche processuale dibattimentale), si assiste anche ad una correlativa crescita del potere mafioso, che reagisce alla legge ed allo Stato anche grazie all’inserimento nel tessuto imprenditoriale ed economico in senso più lato.

La novità concreta più rilevante che emerge dall’analisi compiuta risiede nella circostanza che la mafia appare anche nella provincia di Messina “imprenditorializzata”, trasformata nella sua parte più complessa e raffinata in un soggetto economico che realizza i propri interessi nella maniera più subdola, attraverso schemi e forme legali ed insospettabili.

Questo dato permette di cogliere, però, anche una prospettiva di azione di repressione e prevenzione, poiché determina un target di analisi con riferimento ai dati e alle realtà economiche territoriali.

Non v’è dubbio, infatti, che l’obiettivo della lotta alla mafia si possa realizzare oggi non solo con le tradizionali forme di contrasto ma anche con un completo e continuo monitoraggio delle strutture economiche pubbliche e private, con un rigoroso vaglio delle politiche e dei flussi di spesa pubblici, con un investimento primario (in termini di organizzazione, persone e mezzi) nelle indagini di prevenzione, per l’accennata importanza crescente dello strumento delle misure di prevenzione patrimoniali nel contrasto agli interessi concreti delle associazioni mafiose.

A questo deve aggiungersi un dato emerso nel corso delle audizioni di tutti i procuratori della Repubblica ascoltati e del prefetto, ossia una sostanziale inadeguatezza del personale e degli organici, oltre a profili di carente organizzazione materiale e strutturale.

Sul punto, appaiono sconfortanti le dichiarazioni del procuratore distrettuale di Messina, Croce, che riferisce di carenze di organico del proprio Ufficio (alla audizione hanno partecipato quattro sostituti procuratori, formalmente unici componenti dell’intera direzione distrettuale antimafia, che per tale limitata composizione è obbligata di continuo ad attingere risorse attraverso l’applicazione di magistrati della procura ordinaria); di carenze assai più rilevanti dell’ufficio del tribunale, che non riesce a decidere in tempi sufficientemente ristretti non solo i processi ma nemmeno le richieste di misura cautelare; di mancanza di fondi per la gestione concreta dell’ufficio; di carenze, infine, del personale di polizia.

Il dott. Croce ha ricordato il declassamento della Questura di Messina, che si riverbera anche sulla Squadra Mobile (organo diretto di polizia giudiziaria ed artefice di parte rilevante delle più importanti operazioni antimafia degli ultimi anni). Ha ricordato ancora come un valente funzionario della stessa Squadra Mobile sia stato utilizzato, anche contemporaneamente e per carenza di personale, alla gestione dell’ufficio misure di prevenzione della Questura, alla direzione contestuale di ben tre sezioni della Squadra Mobile ed al coordinamento del SIPOS (“Sezione Intelligence Ponte sullo Stretto”: ufficio di vigilanza ed indagine istituito presso la Questura di Messina per monitorare, direttamente coordinato dalla D.D.A., le attività connesse alla progettazione e costruzione del ponte sullo stretto di Messina). Ha infine e nuovamente sollecitato che anche a Messina, come in tutti gli altri distretti giudiziari siciliani, sia istituito un Centro operativo D.I.A., che sostituisca l’attuale Sezione operativa (composta da pochi elementi e dipendente dal Centro D.I.A. di Catania).

Doglianze analoghe sono provenute dal prefetto, in qualità di responsabile dell’ordine e della sicurezza nella provincia, che ha segnalato l’inadeguatezza delle risorse disponibili, con riferimento sia a quelle umane (con organici sproporzionati in peius rispetto all'impegno cui viene sottoposta la struttura) sia a quelle materiali, con l’effetto di rendere assai arduo il controllo del territorio, in special modo della provincia, vasto ed anche geomorfologicamente difficile da coprire.

Rilevante il comune sentire con l’autorità giudiziaria nel segnalare la necessità di istituire un Centro D.I.A. in città (come sollecitato dal procuratore di Messina) e l’inadeguatezza, sempre per esiguità di organici, sul territorio provinciale della struttura logistico-organizzativa dell’Arma dei Carabinieri, da sempre simbolo dello Stato e strumento di conoscenza investigativa nei territori più lontani e difficili attraverso la presenza minima in stazioni.

Il Prefetto ha segnalato nella relazione depositata alla Commissione in sede di audizione “la generalizzata insufficienza degli organici nei vari presidi dei Comuni della provincia a fronte di una sempre più pressante domanda di sicurezza da parte delle comunità locali che percepiscono come indispensabile deterrente la presenza visibile delle Forze di Polizia sul territorio. Infatti presso le Stazioni dell'Arma di norma risulta in servizio un numero esiguo di carabinieri (mediamente 3/4), circostanza che non consente al cennato personale di attuare un efficace controllo del territorio, ma solo di espletare servizi di pronto intervento per far fronte ai quali è necessario spesso anche il ricorso a personale dei presidi limitrofi”. Così anche il procuratore della Repubblica di Mistretta, Costanzo, ha segnalato l’insufficienza delle strutture giudiziarie complessive.

Si è lamentato della situazione dell’ufficio anche il procuratore della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto, attribuendone la responsabilità in particolare a difetti del sistema di mobilità dei magistrati ed alla scarsa “appetibilità” della sede, che comporta una rapidissima turnazione dei magistrati addetti all’ufficio ed una attuale pericolosa scopertura dell’organico, affermando che tale stato non sia comunque addebitabile ad eventuali difetti o problemi dell’ufficio in sé.

Ulteriori doglianze del procuratore di Barcellona attengono all’insufficienza dell’organico del comando territoriale della Guardia di Finanza (che sarebbe anche distolto dai compiti di polizia giudiziaria per controlli amministrativi su imprese agrumarie e di produzione di alcolici), che impedisce una corretta e completa istruttoria delle proposte di applicazione delle misure di prevenzione patrimoniale, aventi un esito concreto anche a distanza di anni.

Particolarmente allarmante infine, in tema di adeguatezza delle risorse, quanto segnalato dal procuratore della Repubblica di Patti circa l’organico amministrativo del proprio ufficio e della mancata risposta da parte della struttura ministeriale, allertata con specifica nota (n. 458/2004 del 30 aprile 2004, prodotta anche agli atti della Commissione), nella quale si rendeva conto dello stato di allarme suscitato dalla situazione.

Non può non concludersi questo argomento con quanto affermato nel corso della sua audizione dal procuratore di Mistretta in ordine ai tempi di permanenza degli operatori della Giustizia sul territorio. Secondo il dott. Costanzo “non è possibile che da noi esistano dei sottufficiali dei carabinieri, o gli stessi magistrati, che stiano per vent’anni sullo stesso posto e non c’è dubbio che questi operatori sicuramente vanno a tessere dei rapporti che poi comunque rendono difficoltoso l’esercizio della giurisdizione (…) per poter operare, avevo pensato all’epoca di fare degli ordini di servizio che prevedessero in campo di controllo per la tutela ambientale la creazione di gruppi misti per poter stanare le sacche di inefficienza – la polizia municipale non esiste, perché è sempre legata ai Sindaci, agli interessi particolari, vivono là sul territorio – con la forestale i carabinieri, la guardia di finanza, la polizia municipale, la sezione di polizia giudiziaria, ma non è stato possibile. All’epoca ho avuto da parte dei carabinieri delle grosse resistenze, poi tradotte da parte del comando provinciale al procuratore generale che mi chiese conto e ragione di questo fatto anomalo; diedi spiegazioni, ma tutto sommato vidi che c’era una resistenza tale – perché erano loro chiaramente che dovevano assicurarmi la maggiore collaborazione – che, devo dire, lasciai un po’ perdere. Adesso ho emanato delle circolari dicendogli di attivarsi, cercando di stimolarli, di dare esecuzione ai provvedimenti cautelari d’urgenza, cosa che non è stata mai fatta sul posto perché sono tutti amici. Nei piccoli centri è così, sono tutti amici”.

 

Senato della Repubblica - Camera dei deputati - XIV Legislatura

Approvata dalla Commissione  nella seduta del 18 Gennaio 2006

Link al testo originale in versione PDF ( Doc XXIII n°16 - pag 341 ) dal sito www.parlamento.it

 

NOTA:

Come ci è stato precisato dall'avv. Salvatore Stroscio, egli è stato assolto definitivamente, con sentenza del 9 febbraio 2007 in sede di giudizio abbreviato, dall'imputazione di subornazione testimoniale del maresciallo Biagio Gatto, di cui si legge nella relazione di minoranza della commissione parlamentare antimafia. Per la stessa imputazione, nel processo ordinario, allo stato giunto alla sentenza di primo grado, l'imprenditore Salvatore Siracusano è stato condannato dal Tribunale di Messina, mentre il suo socio Santino Pagano è stato assolto per non aver commesso il fatto.