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Alla Procura generale di Messina c’era un “dossier Parmaliana”, sul professore universitario che anni prima aveva denunciato al Csm l’attuale Procuratore generale di Messina
Ricordate le manovre di Olindo Canali e del suo network per sfuggire alla giustizia disciplinare? Nella nota del R.o.s. di Reggio Calabria del 10 settembre 2009, insieme alle telefonate di cui ho dato conto alcuni giorni fa (www.soniaalfano.it), ne compaiono altre ancor più nauseabonde. Canali si informa al Csm sul nome del titolare del fascicolo a suo carico e apprende che si tratta del dr. Antonio Patrono
e pensa subito che, essendo compagno di corrente (Magistratura Indipendente) del suo capo dell’epoca (il Procuratore di Barcellona P.G. Salvatore De Luca), gliene può venire qualcosa di buono. Questo è il modo con cui il magistrato affronta i processi.
Si scopre anche che la moglie di Canali, che fa la cancelliera alla Procura generale di Messina (guarda caso), passa il tempo (naturalmente in orario di lavoro) a rimestare nei fascicoli di quell’ufficio giudiziario per trovare carte utili per la difesa del marito: anzi, nel caso in questione, per colpirne i nemici o coloro i quali avessero mai avuto intenzione di denunciarlo per le sue malefatte. Ed ecco che subito telefona a Canali dicendogli di aver trovato carte importanti nel fascicolo relativo a una denuncia di Adolfo Parmaliana (“che non è il dossier Parmaliana, però”: cosicchè apprendiamo che alla Procura generale di Messina c’era un “dossier Parmaliana”, sul professore universitario che anni prima aveva denunciato al Csm l’attuale Procuratore generale di Messina) e che in quelle carte ci sono elementi da utilizzare contro il dr. Minasi (sostituto procuratore generale che aveva preso posizione contro Canali).
Tanto è importante la scoperta, che la moglie chiede a Canali (in quel momento in ferie) un numero di fax per inviargli subito le carte e lui le detta il numero della Biblioteca Civica del Mobile e dell’Arredamento, che in realtà non appartiene a Canali ma al Comune di Lissone, in Brianza. Ma Canali poi ci ripensa e stoppa la moglie, temendo che rimanesse traccia della trasmissione di un documento riservato (“no! non è pubblico per niente. Te la tieni tu, poi doma… Non voglio, non voglio averla per adesso questa cosa”), e la donna di rimando gli garantisce che ne avrebbe parlato subito con lo “zio”, che non è propriamente un parente ma qualcosa di più, un protettore: il dr. Antonio Franco Cassata, oggi Procuratore generale a Messina. Ed è naturale dunque che poi il protetto Canali telefoni allo “zio” Cassata, che gli garantisce che metterà (di nuovo!) “l’ufficio sotto sopra” per trovare le carte che servono a Canali e aggiunge che a giorni cercherà notizie in suo favore al Csm.
Insomma, fra “zii”, pupi e pupari, dalla nota del R.o.s. si capisce che la Procura generale di Messina, anziché occuparsi di giustizia nell’interesse dei cittadini, si adopera solo per procurare l’impunità a Canali e per sfregiare (a colpi di dossier?) l’onore dei nemici della banda. Quelle intercettazioni risalgono all’estate 2009. Nel settembre 2009 “ignoti” spedirono a vari destinatari (fra essi lo scrittore Alfio Caruso e il senatore Giuseppe Lumia) un lurido dossier anonimo colmo di infamie contro Adolfo Parmaliana e contenente alcuni documenti allegati: fra di essi, un articolo di Centonove a firma di Michele Schinella che schizzava fango post mortem su Parmaliana e, soprattutto, un documento che era stato ricevuto per fax sapete da chi? Dalla Procura generale di Messina, per l’esattezza da un apparecchio telefax che si trova nella stanza in cui lavora la moglie di Olindo Canali. Bisognerebbe sostituire l’insegna all’ingresso di quell’ufficio. Andrebbe affisso un nuovo cartello: “Procura generale di Messina – ufficio dossier”.
Fonte: www.soniaalfano.it
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