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Paese che vai, lavoro che trovi |
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Mercoledì 26 Settembre 2007 00:00 |
a cura di E. Grasso
In Italia il precariato diventa stile di vita
Il fenomeno dilagante del precariato, in Italia, colpisce maggiormente i giovani laureati che si vogliono inserire nel mondo del lavoro. Lo rivela un’indagine compiuta da Almalaurea, il consorzio che ingloba più di 45 atenei universitari in tutto il paese.
Ciò che emerge dall’inchiesta, è che solo il 39,2% dei giovani laureati possiede un contratto a tempo indeterminato, in un’azienda privata o statale, mentre il 48,5% lavora dopo un anno dalla laurea con un contratto atipico.
Il 7,1% di essi poi, presta servizio senza alcun contratto, e il 4,8% ne possiede uno di inserimento, ovvero durante la fase di formazione e apprendistato.
La situazione peggiora notevolmente al sud, dove, la possibilità di trovare stabilmente un lavoro, è quasi assente. Anomala è anche la modalità con cui si cerca il lavoro: il 47,6% dei giovani si affida, infatti, o alla conoscenza di amici e parenti, o confida sull’iniziativa personale; solo il 6% chiede di essere segnalato ai datori di lavoro.
Una volta inserito però, anche la media del guadagno economico mensile, è notevolmente bassa rispetto ai lavoratori del nord, e ancora di più se la paragoniamo alla media europea. Mentre al nord lo stipendio di un lavoratore si aggira intorno ai 1366 euro al mese, al sud il guadagno netto di un precario è mediamente di 800-900 euro al mese.
"Cosa fa lo stato per abolire la piaga del precariato? Cosa fanno le istituzioni, soprattutto locali, per incentivare i servizi, e quindi creare nuove possibilità di lavoro permanente?"
Secondo l’opinione politica, progresso è globalizzare il lavoro e renderlo più flessibile, ed in effetti, le varie parti politiche che si sono succedute negli ultimi anni, hanno cercato di realizzare questo progetto, anche se i risultati, finora non sembrano essere del tutto soddisfacenti.
L’attività politica vuole così puntare alle esigenze delle nuove generazioni, che si dice vogliano dinamicità e movimento. Stando all’opinione pubblica, invece, viene fuori che i contratti a tempo determinato per i lavoratori, non fanno altro che precarizzare non solo i guadagni, ma la vita stessa, creando insicurezza ed instabilità soprattutto presso i giovani.
Un ragazzo su due, dichiara infatti di ambire ad ottenere, dal datore di lavoro, un contratto regolare che gli dia la garanzia di un futuro solido, e non precario, come si vuole fare credere.
Stando così le cose, non è difficile intuire che il precariato sta diventando un ‘arma a doppio taglio, perché dietro le vesti di qualcosa che appare appetibile e promettente, si nasconde invece il gioco perverso di imprenditori e capi di aziende a cui i contratti flessibili non possono che portare solo vantaggi economici, in aggiunti dei loro già onerosi guadagni.
La volontà di lavorare c’è, ma il mercato del lavoro non è in grado di gestire la condizione dei precari, né di assorbire, se ci fosse, una quota maggiore di laureati, che, comunque, rimane bassa rispetto ai vicini europei.
Così ha risposto il direttore di Almalaurea, riguardo l’indagine condotta dal suo consorzio: "alla luce di questa indagine, emerge un quadro particolare: in Italia avremmo bisogno di più laureati per allinearci alle altre realtà europee e mondiali.
Per capirci, abbiamo una percentuale di laureati inferiore a quella del Messico e appena superiore a quella della Turchia. Ma se dovessimo raddoppiare la quota dei laureati, il nostro mercato del lavoro, che già annaspa, sarebbe in grado di assorbirli?"
Finora la situazione non è delle migliori, soprattutto al sud, dove sempre più giovani sono costretti ad emigrare altrove per trovare una sistemazione definitiva, oppure rimangono al proprio paese, ma costretti a lavorare in condizioni ambigue, e per di più ammantati da un sistema che li vuole sfruttati e sottopagati.
Il quadro che emerge allora è un sud che non tiene conto dei bisogni dei lavoratori, e dove si lede facilmente la loro dignità, e facendo magari, solo il tornaconto di quei pochi fortunati che esercitano il potere, non per capacità, ma per sorte o fortuna. Tale allora, non è un terreno fertile su cui si può seminare qualcosa, ma solo la premessa per un ulteriore inaridimento sociale e culturale.
Secondo l’ISTAT, è vero che l’occupazione al sud è cresciuta negli ultimi anni del 5% e la disoccupazione diminuita dal 9,1% del 2001 al 7,7% del 2005. Ma perché tutto questo? La disoccupazione si abbassa per la rinuncia da parte dei giovani, e non solo, a cercare lavoro; crescono gli inattivi, dell’età compresa tra i 25 anni e i 54 anni, esclusivamente perché i posti di lavoro non ci sono.
Inoltre, l’aumento dell’ occupazione sembra sia dovuto al fatto che una stessa quantità di lavoro viene distribuita su un numero più grande di lavoratori; ci sarebbe quindi un maggiore scambio tra occupazione e salario, o meglio, tra occupazione precaria e sottosalario.
Da considerare nell’aumento ci sarebbe, inoltre, anche la maggiore quantità di popolazione da regolarizzare; si pensi agli immigrati ad esempio.
Il presente quadro da l’idea che i decreti, varati dai ministri, per regolare il part-time non bastano, e che la parola ora tocca alle amministrazioni locali, in modo che, autonomamente ed entusiasticamente, si coinvolgano direttamente nei problemi di un sud che vuole crescere, e si vuole allineare alle altre realtà europee.
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