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Inchiesta Tsunami

La religione della libertà PDF Stampa E-mail
Lunedì 23 Aprile 2007 00:00
a cura di E. Grasso

Il 13 ed il 14 maggio si terranno, a Barcellona P.di Gotto, ma anche in alcuni paesi limitrofi, le elezioni del consiglio comunale.

Già da adesso, si può assistere ad un fermento di covi tra la gente, fatto di luoghi comuni, di pettegolezzi, di giudizi infondati, e c'è la corsa dei candidati che cercano, con accentuata sfrontatezza, a volte patetica, di conquistare con tutti i mezzi i consensi degli elettori, soprattutto di coloro che non possiedono gli strumenti, per sorte o per scelta, per operare un giudizio politico autentico.

Oltre a questo, c'è il sistema clientelare che non è meno diffuso, né meno persuasivo, che viene usato come potente veicolo per attirare a sé più voti possibile. Un sistema vacuo ed astratto che il più delle volte viene nutrito falsamente da promesse illusorie, "contratti umani" mai realizzati.

Mi chiedo se non dovremmo noi cittadini, che esercitiamo un diritto-dovere che è quello del voto, cominciare a procurarci i mezzi concreti per difenderci da questo sistema.

Il modo migliore, credo, non è quello di allontanarci dalla politica, secondo una forma latente di anarchia, ma tornare ad impadronirci di quell'istanza critica che sta alla base di una buona partecipazione alla comunità umana, ma soprattutto che è l'espressione più alta della libertà dell'uomo, come animal rationale, ma anche come animal sentimentale.

Come affermava Croce, non è "la politica a garantire le libertà, ma è quest'ultima che crea le forme politiche nella storia"; noi abbiamo il diritto-dovere alla libertà perché altrimenti ci lasciamo cadere in quello che è secondo me oggi, il livellamento operato dalla "democrazia totalitaria".

Noi non possiamo e non dobbiamo lasciarci dominare da un sistema totalitario, diretto dalle mani, e direi dagli interessi, di pochi, e che ci dà l'illusione di essere liberi di esprimerci e di agire.

Noi non siamo liberi, così come non lo sono tutti quei giovani che, in questo particolare periodo di "affarismo politico", vengono strumentalizzati dai politici facendoli partecipare alla politica.

Questo è un gioco che li vede protagonisti per un pò nella scena comunitaria, giusto il tempo per procurare un pò di voti al partito, per poi prevedere nuovamente la loro scomparsa.

Dopo le elezioni i giovani scompaiono dalla politica, ma scompaiono anche dai pensieri e dagli interessi di coloro che li avevano invogliati a fare, a dire, e ad operare.

Io mi chiedo, ma ognuno di noi dovrebbe chiederselo, perché i giovani si fanno usare in questo modo?

Perché non esercitano le armi che hanno a disposizione, ovvero il pensiero ed il giudizio?

Perché non si domandano come mai vengono dimenticati durante tutta la durata del mandato politico, quando invece tanti potrebbero essere i progetti finanziati per loro, per la loro crescita e per il loro lavoro al sud, invece di spingerli ad emigrare per sempre, e a lasciare per forza di cose il paese dove sono cresciuti e formati, e che ormai rappresenta solo una nebulosità di ricordi e di emozioni?

Io chiamo la pratica elettiva una "democrazia totalitaria" alla maniera di Croce, perché è una democrazia che non lascia spazio all'interiorità spirituale e, riferendomi ancora a Croce, credo che sia "una nuova forma di tirannide, una forza sopraffattrice, ma esterna ed effimera" che "esige un conformismo esteriore di atti e parole", che "esige il consenso, senza del quale la sua azione sarebbe inefficace; ogni opera eguagliatrice e livellatrice sarebbe impossibile senza un diffuso sentimento di eguaglianza,..senza una generale collaborazione del pubblico, quindi una reciprocità di odii, di invidie, di delezioni.

Il principio regolatore della politica oggi è diventato l'utilitarismo; non che non lo fosse mai stato, ma sembra che oggi, come non mai, si assista ad un livellamento generale delle coscienze e del pensiero, tranne che degli interessi.

La democrazia deve essere nel diritto politico e "non nel cuore e nel costume", diceva Ortega y Gasset nei suoi Scritti Politici, e lo scopo regolatore degli atto politico deve essere la comunità di appartenenza, di cui ci si prende cura perché la si sente propria, e la si considera la "madre" che ci ha partorito, e che si è presa cura di noi, a sua volta, dalla nascita fino all'età adulta, e non deve essere, come dicevo, il bene personale di ogni singolo individuo. Altrimenti chiamiamola oligarchia ed almeno saremo sinceri.

Ribadisco infine, che il mezzo più idoneo per la critica lo debba offrire la stessa comunità politica, e non si deve adagiare, come al solito, sulla placida certezza che tanto mai nessuno sarà capace di esercitare il proprio pensiero di fronte a tali assurdità.

E' certamente più comodo per il politico sapere che non c'è l'elemento oppositivo ma che per Heghel, lo ricorderemo, sarebbe necessario per l'adempimento del Tutto. Il negativo disturba la linearità vuota e scivolosa del percorso e, ad ogni politico, come si sa, fa comodo non essere giudicato e criticato nel suo intimo pensiero.

Io credo invece che la coscienza della negatività che, badiamo bene, non vuole essere sovversione politica ma confronto dialogico, sia necessaria per la formazione dei criteri valutativi che mettano ordine a fini e valori.

Non si tratta solo di scegliere ma di scegliere bene, non bisogna parlare solo di norme ma di buone norme, non solo di politici ma di buoni politici; ma, la scelta è possibile solo adottando e facendo propri criteri di preferibilità che si basino, come ritiene Chain Perelman, il logico di formazione fregeiana che studiò a lungo questioni di logia comparate ai problemi filosofico- valutativi, su di un "razionalismo critico capace di fondare una cultura umana, aperto ai fatti della vita dell'uomo, alla storia".

In conclusione, e alla luce della sua affermazione, il "principio del libero esame" di Perelman non dovrebbe essere adottato solo nel contesto di elezioni politiche, ma dovrebbe oggi, in un'epoca che urge il bisogno di ritrovare i valori perduti, essere assunto come principio regolatore di ogni vita morale.