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Il Senatore Beppe Lumia presenta una nota in Commissione Parlamentare Antimafia sulla morte di Graziella Campagna; Beppe Alfano; Attilio Manca; Adolfo Parmaliana, chiedendo l'intervento quanto piu' immediato della commissione, in prov. di Messina, al fine di comprendere il contesto nel quale sono accaduti i fatti. La redazione plaude alla richiesta del Senatore.
Dietro la morte di quattro persone della provincia di Messina, fra il 1985 e l'ottobre scorso, ci sono ragioni che impongono l'intervento della Commissione parlamentare antimafia in quei luoghi, al ime di comprendere il contesto nel quale sono accaduti i fatti, le dinamiche che li hanno contraddistinti, le condizioni che li hanno resi possibili ed il deficit di verità e giustizia che li ha tenuti complessivamente nell'oblio.
Il primo episodio è l'omicidio della diciassettenne Graziella Campagna, assassinata il 12 dicembre 1985 a Villa franca Tirrena. Su tale delitto, dopo l'accomodamento indebito del primo processo, solo 1'11 dicembre 2004 si pervenne alla sentenza, emessa dalla Corte d'assise di Messina, con la quale vennero condannati all'ergastolo in qualità di esecutori materiali Gerlando Alberti junior e Giovanni Sutera, la casuale scoperta della cui latitanza dorata nel messinese da parte della giovane, commessa in una lavanderia, ne decretò la morte. È del 18 marzo 2008 la sentenza con la quale la Corte di assise di appello di Messina ha confermato la condanna all'ergastolo dei due imputati. Nel corso del processo sono emerse le sconcertanti frequentazioni dei due latitanti con esponenti delle istituzioni, i depistaggi compiuti da settori dell'Arma dei carabinieri, l'aggiustamento del primo processo ottenuto grazie all'intervento sulla magistratura messinese del capomafia Santo Sfameni che ne aveva garantito la latitanza. Le sentenze attestano incontrovertibilmente l'esistenza, nella commissione dell'omicidio, di una convergenza di interessi fra i due esecutori materiali ed il sistema che garantiva loro protezione e impunità. Tuttavia, sui più che plausibili mandanti del delitto non è stato fatto alcun accertamento. Per converso, con sentenza emessa dal Tribunale di Catania il 10 gennaio 2008, la cui motivazione è stata depositata il 29 dicembre 2008, il giudice Marcello Mondello è stato condannato a 7 anni di reclusione per concorso esterno nell'associazione mafiosa messinese diretta dai boss Michelangelo Alfano, Santo Sfameni e Luigi Sparacio: si tratta proprio del giudice che il 28 marzo 1990 emise la sentenza. di proscioglimento per Alberti e Sutera nel primo processo. Con la stessa sentenza del Tribunale di Catania il dr. Giovanni Lembo (già sostituto procuratore nazionale antimafia) è stato condannato a 5 anni di reclusione per favoreggiamento aggravato ex art. 7 1. 203/91. (favoreggiamento del boss Michelangelo Alfano): anche sull'intervento indebito del dr. Lembo ci sono tracce nelle due sentenze relative all'omicidio di Graziella Campagna.
L'8 gennaio 1993 veniva ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto corrispondente de La Sicilia Beppe Alfano. Il giornalista da anni era diventato grande accusatore della centralità mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto e delle deviazioni del sistema istituzionale in quella città. Per l'omicidio Alfano sono stati condannati con sentenza passata in giudicato il boss barcellonese Giuseppe Gullotti (in qualità di organizzatore del delitto) e Antonino Merlino (in qualità di esecutore materiale). Anche in questo caso, però, allo stato sono rimasti occulti i mandanti del delitto. Vale osservare che nei mesi che precedettero l'assassinio del giornalista ed anche in quelli successivi trascorreva proprio a Barcellona Pozzo di Gotto la sua latitanza dorata il boss catanese Benedetto Santapaola. Proprio sulla presenza in loco del capomafia catanese aveva centrato la sua attenzione Beppe Alfano. La sua morte consentì a Santapaola di protrarre la sua permanenza nell'area barcellonese fino al 29 aprile 1993 (come risultò in diretta agli investigatori da numerose ed inequivocabili intercettazioni raccolte proprio nelle indagini sull'omicidio Alfano: anche per questo la mancata cattura di Santapaola a Barcellona P.G. 6 un episodio che invoca analisi attenta e impietosa). Non può essere trascurata, infine, l'altra circostanza che rende Barcellona P.G. centrale nelle dinamiche stragiste di Cosa Nostra del 1992: il telecomando adoperato da Giovanni Brusca a Capaci gli venne procurato proprio dal boss Gullotti. Il quale, peraltro, come dimostrato in numerose vicende giudiziarie, in quel periodo ed anche successivamente all'omicidio Alfano non incontrava difficoltà nel relazionarsi con esponenti delle istituzioni.
II 12 febbraio 2004, nella sua casa di Viterbo, veniva scoperto il cadavere del medico barcellonese Attilio Manca. La scena del ritrovamento del cadavere presentava le caratteristiche di una morte per overdose da eroina: nell'abitazione del giovane medico, infatti, vennero rinvenute due siringhe e tracce evidenti di eroina furono trovate nei rilievi ematici. Però i segni delle due iniezioni di eroina si trovavano sul braccio sinistro del medico deceduto, che era mancino. Altre anomalie cominciavano ad emergere nelle indagini condotte dalla Procura di Viterbo: tutti i colleghi e gli amici di Attilio Manca escludevano, infatti, che il medico fosse assuntore di droga e che potesse essere stato trascinato da pulsioni suicìdiarie, Quasi da subito, poi, i genitori di Attilio Manca denunciarono alfA.g. lo strano comportamento posto in essere dopo la morte del loro figlio da Ugo Manca, cugino del medico defunto, pregiudicato ed in contatto con esponenti di vertice della mafia barcellonese. Il procedimento penale relativo alla morte di Attilio Manca è allo stato in fase di indagini preliminari innanzi alfA.g. di Viterbo. Risulta che il medico barcellonese sia stato, nel 2001, uno dei primi urologi ad eseguire in Italia l'asportazione del tumore alla prostata in laparoscopia, tecnica da lui appresa in Francia durante uno stage di specializzazione di circa un anno svolto in quella nazione. Com'è noto, si tratta della medesima tecnica chirurgica applicata al boss Bernardo Provenzano in una clinica privata francese nell'ottobre 2003. Risulta da procedimenti giudiziari del distretto di Messina che Provenzano negli ultimi anni della sua latitanza abbia frequentato la provincia dì Messina: affermazioni al riguardo sono provenute dal collaboratore di giustizia messinese Antonino Giuliano, che ha detto di aver incontrato Provenzano fra il 2000 ed il 2001 a casa del boss Michelangelo Alfano; affermazioni sulla presenza di Provenzano a Portorosa (hinterland barcellonese) sono provenute, nell'ambito di intercettazioni ambientali disposte dalla D.d.a. dì Messina nel procedimento denominato "Vivaio", dalla sorella del boss Carmelo Bisognano, di Mazzarrà S. Andrea. (hinterland barcellonese). Sospetti sulla possibilità che Attilio Manca possa essere stato indotto a visitare Provenzano sono stati pubblicamente denunciati dai genitori del medico deceduto, nella loro veemente ricerca di verità sulla morte del figlio. Vale osservare, comunque, che dalle indagini e dai processi sulla latitanza di Provenzano non sia provenuta alcuna indicazione sull'esistenza di qualche urologo che, con massima probabilità, lo abbia visitato durante la convalescenza successiva all'intervento praticatogli in Francia. Se si ha riguardo al fatto che il latitante corleonese pochi giorni dopo quell'intervento chirurgico rientrò definitivamente in Italia, se ne dovrebbe desumere che eventuali cure e visite egli deve averle ricevute nel nostro paese.
Non può trascurarsi, peraltro,come la provincia messinese in generale e l'hinterland barcellonese in particolare siano stati, come gia visto, la culla di latitanze dorate per importantissimi mafiosi e che quindi i sospetti evocati dai genitori di Attilio Manca trovino comunque basi di forte verosimiglianza.
II 2 ottobre 2008 il prof. Adolfo Parmaliana, ordinario di chimica industriale all'Università di Messina, si suicidava in zona di Patti lanciandosi da un viadotto dell'autostrada Messina-Palermo. Militante politico, Parmaliana negli ultimi quindici anni era stato a Terme Vigliatore (comune dell'hinterland barcellonese) pia strenuo assertore della difesa della legalità e del contrasto al malaffare politico-mafioso. Fu anche sulla scoria delle sue denunce che nel dicembre 2005, su proposta dell'allora Ministro dell'Interno (che oggi presiede la Commissione parlamentare Antimafia), l'amministrazione comunale di Terme Vigliatore venne sciolta per infiltrazioni mafiose. Indagini contestuali e parallele all'accesso ispettivo al comune di Terme Vigliatore dimostrarono la fondatezza delle denunce di Parmaliana e le sciagurate commistioni fra politica, criminalità, imprenditoria e magistratura. In punto di morte Adolfo Parmaliana. ha lasciato un'ultima lettera con cui ha rivendicato il valore delle battaglie da lui condotte e denunciato il progetto di delegittimazione morale della sua persona praticato da appartenenti alla "magistratura barcellonese/messinese". Poche settimane prima del suo suicidio Parmaliana era stato citato a giudizio per diffamazione dalla Procura di Barcellona P.G., in relazione a due manifesti politici con cui inneggiava allo scioglimento del comune di Terme Vigliatore allora decretato dal Capo dello Stato e ad un articolo con cui denunciava una lottizzazione abusiva effettivamente compiuta in quel territorio ad opera di esponenti politici. La morte di Adolfo Parmaliana, le ragioni sottese al suo tragico gesto, investono la coscienza dei cittadini onesti e interrogano sulle distorsioni in quel territorio dell'amministrazione della giustizia, che da strumento di tutela della legalità spesso diviene garanzia di impunità.
Come si vede, queste quattro storie emblematiche, queste quattro tragiche morti, l'ultima delle quali avvenuta soltanto pochi mesi fa, raggrumano in se le specificità della "questione mafiosa" messinese. Una "questione mafiosa" che non presenta, forse, è vero, l'irruenza e la violenza degli eserciti mafiosi storicamente insediati in altre province siciliane ma che tutt'oggi presenta una speciale inclinazione delle strutture istituzionali a contaminarsi, ad essere avvicinate, infine ad essere alle volte piegate al servizio degli interessi di una criminalità mafiosa spesso incarnata da soggetti che, a differenza di importanti capimafia di altre province, senza ostacoli e senza filtri hanno trovato spazio, e perfino ossequio, nelle stanze del potere. È un contesto - nel quale rientrano appieno le vicissitudini giudiziarie che hanno colpito di recente l'ateneo messinese, il perdurante mistero sulla drammatica uccisione del prof. Matteo Bottari e il grido d'allarme lanciato la settimana scorsa dal Vescovo dì Messina Monsignor Calogem La Piana sulla "cappa massonica" che tiene prigioniera la città - che proprio per questo richiede l'intervento quanto più immediato della Commissione parlamentare antimafia. |